Syd Barrett, il diamante pazzo del rock psichedelico

Roger Keith Barrett, ovvero Syd. Fondatore, autore, voce e chitarra dei Pink Floyd dal 1965 al 1968. Il “Diamante pazzo”. Così lo definirono i compagni di band, dedicandogli Shine On You Crazy Diamond qualche anno dopo il suo addio alla scena musicale. Ma il suo nome riecheggerà in tante altre canzoni create dai Pink Floyd. Così come riempirà pagine e pagine di giornali. Perché nella sua breve carriera, Syd Barrett ha lasciato il segno. E non solo nei Pink Floyd. Al suo nome è legata la nascita e l’evoluzione del rock psichedelico, nella sua più ancestrale e geniale forma. Con una manciata di canzoni, Syd Barrett ha regalato un’eredità immensa: ballate fantasiose e visionarie, lunghe improvvisazioni e sperimentazioni strumentali, parole intrise di freschezza giovanile ma anche di fragilità. Per poi sparire in un impenetrabile silenzio. È morto nel 2006. Ma il suo rapporto con il mondo del rock l’aveva seppellito lui stesso oltre trent’anni prima.



di Lucia Conti

 

Nato a Cambridge il 6 gennaio 1946, Barrett acquisisce il soprannome “Syd” da un anziano musicista jazz di nome Sid Barrett, che spesso andava ad ascoltare in un locale della sua zona. Appena adolescente, passava ore intorno a quel luogo e ai suoi assidui frequentatori, che iniziarono simpaticamente a chiamarlo Syd, con quella Y che lo distinguesse dal più anziano. 

Syd Barrett posa davanti a uno dei suoi quadri

 

 

Milioni di pagine sono state scritte su questo eccentrico ragazzo che arrivato al successo, poco più che ventenne, lasciò Londra per tornare a vivere dai genitori nella tranquilla Cambridge. Di lui restano poche immagini, pochi video, poche interviste. La sua figura è avvolta da un’aurea misteriosa. In una genialità fulgida, ma anche fragile, forse impossibile da comprendere fino in fondo.

 

Se ne è parlato come un pazzo, un autistico, un emarginato. Bruciato dalle droghe al punto di non essere più in grado di intendere e di volere. Ma secondo David Gilmour(amico di infanzia, nonché colui che prese il suo posto nei Pink Floyd) i problemi mentali di Syd non sarebbero stati solo la conseguenza di abuso di Lsd. La droga avrebbe soltanto accelerato la comparsa di un malessere che era già dentro.

Syd Barrett era un sognatore. Amava l’arte, pittorica ancor prima che musicale. L’amava nella sua forma più nobile e libera. È quanto meno curioso, quindi, che il suo atteggiamento negativo nei confronti della musica sia iniziato ad emergere quando i Pink Floyd raggiunsero una fama tale da renderli una band in grado di fruttare miliardi. Una miniera d’oro nelle mani del music system. Per questo ad alcuni piace pensare che Syd Barrett volle scendere da quella macchina, scegliendo di tornare a dipingere, libero da ogni contratto e da qualsiasi tour e apparizione forzata.

Syd Barrett a Cambridge

 

Ad avvalorare la teoria che Syd non fosse un pazzo recluso, ma un uomo che aveva preferito la tranquillità, vi sono le foto che lo ritraggono a fare la spesa, in bicicletta, a spasso per Cambridge. E varie interviste ai familiari, in cui si racconta che Syd abbandonò la musica, ma continuò a coltivare le sue passioni. 

 

La pittura. Era questo il suo primo amore. A Londra frequentava la scuola di Arte di Camberwell, a differenza degli altri componenti della band, iscritti alla facoltà di Architettura del Politecnico di Regent Street. Una predisposizione alla creatività e all’immaginazione che emergerà in tutti i suoi lavori, sia dal punto di vista musicale, che nelle sue liriche, piene di paesaggi fantasiosi e personaggi fiabeschi, di racconti spesso strampalati, ma di grande potenza visiva.

 

In ogni caso, le congetture sulla sua vita privata non cambiano la storia. Forse la leggenda ne ha alimentato la fama, ma è la sua musica che ne ha fatto il simbolo di un’epoca e uno dei più grandi interpreti del rock psichedelico.

 

La creazione e l'abbandono dei Pink Floyd

L’avvicinamento di Syd Barrett alla musica avvenne a Cambridge, all’interno delle band studentesche e anche grazie all’amicizia con un altro ragazzo, David Gilmour, talentuoso chitarrista con cui spesso si incontrava per suonare.

 

Finita la scuola superiore, Syd si trasferì a Londra, dove si era iscritto alla London’s Camberwell School Of Art. È in questo periodo che entrò in contatto con Roger Waters, con cui divideva l’appartamento. Nacquero così i Leonard’s Lodgers (in onore del loro padrone di casa, Mike Leonard, che gli metteva a disposizione una soffitta con tantissimi strumenti). Syd Barrett alla voce e alla chitarra, Roger Waters al basso. Della formazione entrarono a far parte altri due studenti in Architettura: Richard Wright alle tastiere e Nick Mason alla batteria. A quel punto, i Leonard’s Ledgers diventarono i Pink Floyd Sound. Fu proprio Syd a scegliere il nome, ispirato a due bluesmen americani, Pink Anderson e Floyd Council.

 

Erano gli anni ‘60. Gli anni dei Beatles, della rivoluzione giovanile, delle band che spuntavano come l’erba e dei locali disposti a farli esibire ogni sera. C’era fervore, c’era entusiasmo, e non solo in Inghilterra. Il mondo intero era invaso da movimenti giovanili e attraversato da cambiamenti storici, politici, sociali e artistici che segnarono profondamente quegli anni.

 

I Pink FloydIn quel periodo anche i Pink Floyd cominciano a farsi strada nell’underground musicale. Diventarono presto una delle band di punta della psidechelia londinese, esibendosi in maniera pressoché fissa all’UFO Club, in Totthenam Court Road.

La fama delle loro esibizioni live iniziò a diffondersi, anche grazie all’atmosfera ipnotica che la band riusciva a creare attraverso giochi di luci e colori proiettati durante i concerti. Sul palco Syd era una catalizzatore, come ricorda il produttore inglese Pete Brown: “Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita in quegli spettacoli di luce: una creatura dell’immaginazione. I suoi movimenti sembravano orchestrati per armonizzarsi con le luci. Era come un’estensione naturale, l’elemento umano, di quelle immagini liquide”. (clicca qui per vedere un video dell'epoca all’UFO

 

Tutto questo non sfuggì all’attenzione dei discografici, e gli procurò in breve tempo un contratto con la Emi e la pubblicazione del primo singolo Arnold Layne/Candy And A Currant Bun. (vedi il video di Arnold Layne)

 

I Pink Floyd erano sulla cresta dell’onda. Si esibivano senza sosta in tutta l’Inghilterra e partecipavano a molti festival, tra cui il celeberrimo 14th Hour Technicolour Dream, al quale affluirono migliaia di persone.

 

Dopo il successo del secondo singolo, See Emily Play/Scarecrow, iniziò, tra un concerto e l’altro, l’intenso lavoro per la realizzazione del primo album: The Piper At The Gates Of Dawn (del 1967). Undici tracce, dieci delle quali portano la firma di Barrett e una, Take Up thy Stethoscope and Walk, di Roger Waters. Per l’album Barrett ideò anche il disegno utilizzato nel retrocopertina (vedi la foto a fianco).

L’album, che contiene pezzi di forte sperimentazione, fu accolto con grandi acclamazioni. E rimarrà per sempre una delle pietre miliari del rock psichedelico.

In questo lavoro Syd Barrett rappresentò tutta la sua genialità, rivelandosi come l’anima dei Pink Floyd. Le sue canzoni erano pungenti, fiabesche e desolanti allo stesso tempo. (ecco un video live di Astronomy Domine)

 

Ma la diga cominciò a cedere. Forse per l’uso di droghe, sicuramente per un carattere eccentrico e tormentato, Syd iniziò ad avere le prime manifestazioni di insofferenza. Aveva atteggiamenti scostanti, si applicava in maniera discontinua al lavoro con i Pink Floyd, fino a rappresentare un problema per la band stessa. Suonava senza seguire le linee melodiche. A volte non suonava affatto, altre volte con la chitarra scordata o ripeteva la stessa nota per lunghi minuti, come un disco incantato. Il lavoro, però, andò avanti. Uscì il terzo singolo, Apples And Oranges/Paint Box.

 

Nel novembre del 1967, dopo una disastrosa parentesi in America e una tournee con la Jimmy Hendrix Experience in cui Syd aveva definitivamente reso evidente la sua impossibilità di seguire gli impegni di lavoro, la band prese provvedimenti. Decisero di contattare David Gilmour, inizialmente solo come “spalla” di Syd. La formazione a cinque, però, duro poco. Roger Waters aveva ormai preso nelle sue mani il ruolo di autore e la chitarra di Gilmour si rilevò in perfetta sintonia con le nuove vie che la band aveva iniziato a sperimentare.

Aveva intanto visto la luce il secondo album: A Saucerful Of Secrets (1968). Che Syd Barrett fosse ormai lontano è evidente: una sola traccia porta la sua firma, Jugband Blues. Quasi una confessione, a leggerne il testo: “È schifosamente prematuro da parte vostra pensare a me qui. E sono quasi grato per aver detto chiaramente che non ci sono. Ma non sapevo che la luna fosse così vasta. Non sapevo che la luna fosse così scura”. Anche senza l'impronta di Syd, l’album confermò i Pink Floyd come uno dei gruppi fondamentali inglesi.

 

Una fotografia di come l’allontanamento vero e proprio avvenne è raccontata da Nick Mason, nel suo libro Inside Out. Il batterista parla con affetto di Syd Barrett, ma anche con amarezza. Si percepisce un certo senso di colpa, si confessa un po’ di leggerezza giovanile. Non ci fu alcuna discussione, racconta Mason: “Semplicemente, smettemmo di passarlo a prendere”.

 

Due tentativi di non lasciarlo andare

Furono probabilmente lo stesso affetto e senso di colpa a spingere i compagni di band ad aiutare Syd nella registrazione dei suoi due album solisti, The Madcap Laughs (1970) e Barrett (1971). Entrambi vennero realizzati senza troppi ritocchi e sovraincisioni. Incidere era divenuto complicato. Syd suonava la chitarra e cantava, ma gli altri erano costretti a seguirlo senza alcuna indicazione. Si improvvisava. E si decise, alla fine, di pubblicare il materiale di qualità maggiore. Ma è proprio da quelle difficoltà che gli album acquisiscono un ingrediente magico: i braniguadagnano in intensità. Hanno un sapore spontaneo e offrono un’immagine limpida di Syd Barrett sul finire degli anni Sessanta.

 Gli arrangiamenti sono scarni. Syd è a volte insicuro nelle parti vocali e irregolare nella scansione ritmica. Ma vi sono squarci di forte emotività. C’è l’affresco di Golden Hair (tratta da una poesia di James Joyce) e le vivaci No Good Trying e Octopus (ascoltala qui) a dar prova di momenti di maggiore ispirazione e controllo. C’è la chitarra di Baby Lemonade e l’incalzante Gigolo Aunt, la colorata ingenuità di Effervescing Elephant e le rilassate Love Song e Here I Go, che insieme alle ballate dolci-amare come It is Obvious (eccola) ricompongono il puzzle del talento di Barrett.

 

Non tutto il materiale registrato venne tuttavia utilizzato. Così, nel 1988, vide la luce Opel, una raccolta di inediti e versioni alternative di brani contenuti in Madcap Laughs e Barrett. L’album prende il nome dalla bellissima traccia omonima: un sogno di una fuga su una spiaggia lontana, per cercare, per trovare. Una poesia dolce e oscura.

C’è da chiedersi perché fosse stata esclusa dai lavori precedentemente pubblicati. Sarebbe potuta rimanere sconosciuta, e agli estimatori di Barrett sarebbe sicuramente mancata (ascoltala qui).

 

I Pink Floyd, nel frattempo, presero un’altra strada: la loro. Gli altri membri della band erano persone molto diverse da Syd. Con una diversa visione dell’arte. Dopo Syd Barrett, i Pink Floyd non sarebbero potuti essere la stessa cosa. E se ci avessero provato, sarebbero caduti in una triste e probabilmente mal riuscita emulazione. Altre strade furono percorse, con un orientamento sempre più tendente al progressive rock, con una consapevolezza dei suoni e una sensibilità che hanno fatto dei Pink Floyd una delle band più grandi di sempre.

Il Diamante Pazzo, invece, tornò a vivere dalla madre a Cambridge e fece perdere le sue tracce. Fino al 1975, almeno. Quando si presentò agli Abbey Road Studios di Londra, durante le registrazioni  dell’album Wish You Were Here degli ex compagni di band. Il ricordo non è chiaro, ma i Pink Floyd raccontano che proprio mentre stavano riascoltando Shine On You Crazy Diamond, entrò un uomo rasato, grassoccio, con un sacchetto di plastica bianco tra le mani. Erano passati alcuni anni e Syd era cambiato. Nessuno lo riconobbe sul momento. Ma quando fu chiaro chi fosse, i ragazzi gli fecero ascoltare qualche traccia e gli chiesero che ne pensasse. “Mi sembrano pezzi un po’ datati”, rispose lui. Poi sparì di nuovo.

 

Keith Roger Barrett muore il 7 luglio del 2006. La morte fu tenuta segreta ai media per qualche giorno. Poi l’annuncio. Causa del decesso: complicanze dovute al diabete. Per certi versi, Syd era già morto trent’anni prima. Per altri versi, invece, non lo è ancora. Forse, attraverso la sua musica, non lo sarà mai.

 

Appena un anno prima, i Pink Floyd, riuniti per il concerto Live8 dopo oltre 20 anni di separazione,  avevano cantato Wish You Were Here annunciando: "This is for Syd".

 

The Piper at the Gates of Dawn

"Tiglio e verde limpido. Seconda scena. Lotte nell'azzurro, un tempo a te noto. Giù, fluttuando, il suono risuona. Intorno alle gelide acque sotterranee. Giove, Saturno, Oberon, Miranda e Titania. Nettuno, Titano. Le stelle possono spaventare... Segni accecanti colpiscono, guizzano, guizzano, guizzano.  Le scalinate spaventano Dan Dare che è là.... Fronde e verde limpido. Il suono avvolge le acque gelide del sottosuolo".

Con queste parole si apre uno dei più grandi dischi della corrente psichedelica. Un album che già nel titolo annuncia un viaggio mitologico: Il pifferaio alle soglie dell'alba. Deriva da un capitolo del libro Il vento fra i salici di Kenneth Grahame, ispirato al dio greco Pan. E' il connubio di mitologie e credenze, musica ed esperienza visiva. È il viaggio spaziale dei Pink Floyd. Intrapreso con una visionarietà sconvolgente, ma lucida. Lo è nell’utilizzo di rumori esterni, nei ponti melodici, nella precisa e sicura esecuzione strumentale e vocale.

È la lunga apertura di Astronomy Domine ad avvisarci di allacciare le cinture di sicurezza, perché stiamo per essere catapultati in un altro mondo. Rumori e voci da navicelle spaziali, un basso pulsante, come il conto alla rovescia prima del lancio. La voce di Syd, come quella di un astronauta, racconta il panorama cosmico, oscuro e misterioso che si apre davanti ai suoi occhi. Syd Barrett durante una delle esibizioni live

Eccoci atterrati in un altro mondo. Abitato da personaggi strani, buffi e sinistri. Il primo che incontriamo è Lucifer Sam, il gatto siamese che “ha qualcosa che non posso spiegare”. Una progressione di corde discendente, sinistra ma burlesca, come se quel mondo di strane creature ci fosse  familiare. Matilda Mother è una favola abitata da uomini d’argento, aquile scarlatte e cavalieri nebbiosi.
La successiva Flaming si apre a un collage irreale e visionario: “Nuoto per il cielo stellato, viaggio per telefono, ehilà, su andiamo. Sempre più in alto”.

Pow R. Toch H.
è un altro dei brani più estremi. Esclusivamente strumentale, consiste in un semplice giro di basso,  in una batteria costante e nel pianoforte che conduce il tutto, fino a sfociare in un complesso di pura psidechelia. L’atmosfera è da farwest: c’è lo strisciare dei serpenti, urla di indiani, nitriti di cavalli e spari. Un’atmosfera cupa e densa. Ed ecco l’unico frammento del disco composto da Roger Waters: Take Up Thy Stetoscope and Walk. Un esperimento lisergico basato sulla ripetizione ossessiva delle parole “doctor doctor”.

Interstellar Overdrive è il secondo viaggio spaziale, seconda traccia strumentale. Un viaggio che si fa sempre più inquietante e si sviluppa in undici minuti a partire da un riff distorto a cui si accostano, man mano, rumori meccanici e una jam session in cui la band dà libero sfogo agli strumenti, con risultati acidissimi ma compatti.

The Piper at the Gates of DawnPoi arriva The Gnome, un pezzo breve e allegro che racconta di uno gnomo chiamato Grimble Gromble, che “visse una grande avventura tra l’erba, all'aria finalmente fresca”. Un esempio dell’affascinante mondo delle favole che abitava nella mente di Syd.

La melodia rilassante di Chapter 24 nasconde un testo solenne, basato sull’antico libro cinese I Chin, in cui si spiega che “Tutto il movimento si compie in sei stadi e il settimo porta al ritorno. Il sette è il numero della luce giovane. Si forma quando l'oscurità aumenta di uno. E il mutamento restituisce successo”. In musica questo si traduce con un sottofondo di organo tra tuoni di batteria e campane lontane, che si riuniscono in un crescendo a più forti tinte psichedeliche.

Colpi di nacchere introducono lo Spaventapasseri (The Scarecrow). Due minuti di clap clap e di folk in cui Syd si prende la libertà di parlare in prima persona per dire che lo spaventapasseri “è rassegnato al fato. La vita non è inclemente, ma non gliene importa, piantato in quel campo dove cresce l’orzo”.

L’ultima parola è lasciata a Bike, in cui tornano alcune delle sonorità ascoltate nell’album, impreziosite di linee al pianoforte e suoni creati ad arte, per chiudersi in un finale di allucinanti carrillion, meccanismi che scricchiolano e orologi che rintoccano, lasciando così ai suoni l’immagine del testo, in perfetto stile Barrett: “Sei la ragazza adatta al mio mondo. Ti darò tutto, qualsiasi cosa, se solo vorrai. Ho una tribù di uomini di pan pepato... Prendine un paio se vuoi, sono sul piatto… So di una stanza di note musicali. Qualcuna ritmica, qualche ching, molte di loro sono meccanismi. Andiamo nell’altra stanza a metterle in moto".

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