Patti Smith, la poetessa maudit del rock

Cantante, poetessa, pittrice, umanista e attivista politica. Patti Smith irruppe nella scena rock newyorkese nella metà degli anni ’70 e divenne uno dei maggiori simboli di quel fervore che da New York gettò le basi per l’esplosione del punk. Con la sua voce rabbiosa, dolente e selvaggia, spezzò ogni canone femminile di grazia e bel canto, dimostrando che anche una donna poteva essere una rocker. Parlava indifferentemente al femminile e al maschile, mostrava spavaldamente la sua fisicità da maschiaccio, divenne l’icona di una nuova arte di comunicare per creare una coscienza collettiva. Ribelle, visionaria, trasandata eossuta. Con i capelli corvini, spettinati come una strega. Ma ammaliante e ambiziosa. Definiva “schifosa” la poesia contemporanea e si atteggiava come il profeta della nuova era che avrebbe risvegliato una generazione sopita. I suoi eroi e modelli erano i poeti maledetti - Arthur Rimabud anzitutto - ma anche dei più recenti comunicatori del rock e della beat generation: da Bob Dylan a Lou Reed, da Allen Ginsberg a William Burroughs.

 

di Lucia Conti

 

  Patricia Lee Smith nasce a Chicago il 30 dicembre del 1946. Era un vero maschiaccio. Fuggiva volontariamente al ruolo di aggraziata fanciulla. Un’indole che, in realtà, si scontrò nella sua vita privata con un desiderio immenso di amore e di protezione maschile che la legò a forti amicizie e la portò a relazioni importanti, ma non sempre riuscite. A 20 anni rimase incinta di un uomo che la lasciò. Sostenuta dai genitori, diede alla luce una bambina, che fu data in affidamento. Quindi fuggì a New York, alla ricerca del suo destino.

 

Arrivò dal New Jersey, come Bruce Springsteen prima di lei. Ma a differenza del giovane Boss, Patti Smith non aveva mai militato in una band. Scriveva poesie. Un’intellettuale provinciale alla ricerca di un’opportunità. Fin da bambina aveva avuto la convinzione di essere destinata a qualcosa di grande, pur non sapendo cosa né come questo sarebbe avvenuto. Ma credeva in se stessa. Per alcuni anni dovette arrangiarsi lavorando un po’ in fabbrica, un po’ come commessa in un negozio di libri. Nel frattempo, però, compiva i primi passi nel mondo artistico underground, come critica di una rivista musicale e attrice drammaturga dapprima, infine recitando le sue poesie nei vari locali del Greenwich Village.

Patti Smith e Lou ReedEra ambiziosa e determinata, ed ebbe la fortuna di trovarsi circondata dagli artisti di maggior successo dell’underground newyorkese. Tutta la sua vita si svolgeva tra queste personalità creative, rivoluzionarie, instabili ed ambigue. In un vortice di ispirazione e fusione tra arte e vita.

 

Nel 1972 la Telegraph Books pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Seventh Heaven, dedicata ai suoi eroi. In un’intervista realizzata per la promozione del libro, Patti Smith affermò di non avere una fissazione per la fama, ma di essere un’ammiratrice di eroi. “I poeti sono diventati dei babbei, chiusi in soffitta. Un tempo un poeta era un istrione (…), poi il filone si è esaurito. Ginsberg e Dylan lo hanno rivitalizzato, ma poi tutto è andato di nuovo a farsi fottere. (…) Ho scoperto che si tratta di un fatto di presenza fisica. Se la tua qualità intellettuale è alta, il tuo amore per il pubblico evidente e hai una forte presenza fisica, allora puoi sedurre la gente fino a dargli una coscienza collettiva”.

 

Un urlo ribelle per risvegliare le coscienze

 

La scena musicale della prima metà degli anni ‘70 era stata segnata dall’esaltante stagione del rock e del progressive che però, dopo la spinta creativa iniziale, si stavano ormai crogiolando in arrangiamenti barocchi e nella pura tecnica, allontanandosi sempre più dalla spontaneità primordiale e dal contatto con la società. Il rock era stato inglobato dal mainstream. Anche la società si era fermata. La nuova generazione non aveva più molto da sognare, dopo la guerra del Vietnam, lo scandalo del Watergate del presidente Nixon e la disillusione del movimento hippie. Il Patti Smith Group

Patti Smith piombò con i suoi deliri crudi e mistici in collisione con questo rock sopito e questo stato di abbandono generazionale. Voleva replicare la magia operata da Dylan ai tempi della contestazione: fondere arte e vita, costruendo un immaginario a cui i giovani potessero ispirarsi. Fu la protagonista di una “nuova ondata” (new-wave) che diede voce a un’epoca, gettando le basi del punk, movimento che qualche anno più tardi esplose con tutta la sua prepotenza (e differenza) in Inghilterra.

 

Il via al punk newyorkese lo diedero in realtà i New York Dolls, e ancora più seminali nel dettare gli schemi del nuovo genere furono i Ramones e Richard Hell. Ma se questi artisti rappresentarono l’aspetto “pop” del fenomeno, il Patti Smith Group ne costituì il versante impegnato, legato al mondo degli intellettuali. Anche per questo i loro schemi musicali erano impreziositi dagli echi del passato. Accanto al rock ‘n’ roll, al garage e a sferzate ska, c’erano lunghi chitarrismi distorti e trascinanti, riprendendo la strada tracciata anni prima dalla comunicazione poetica di Bob Dylan, dai deliri mistici dei Doors e dalle confessioni peccaminose dei Velvet Undeground. Tuttavia, senza emularli.

 

Il primo album del Patti Smith Group, Horses è del 1975 e fu prodotto – guarda caso – da John Cale dei Velvet Underground. Un esordio che segnò una svolta sulla scena artistica. La foto di copertina, scattata dall’amico Robert Mapplethorpe, rivela già molto. Un’indomita artista decisa a tirare il rock fuori dalle sabbie in cui stava affondando. Insieme a lei c’era l’amico di reading Lenny Kaye alla chitarra, Richard Sohl al piano, Ivan Kral al basso e Jae Dee Daugherty alla batteria.

Horses è stata un’intuizione consapevole e decisiva. Non c’è un tentennamento. Al contrario, c’è voglia di parlare diretti, senza censure.

L’album si apre con un pianoforte pacato…ma si rivela presto un vero uragano. La voce di Patti Smith irrompe roca e recita, sfrontata: “Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei. Mescolata a una ciurma di ladroni, ho un asso nella manica. Un cuore duro come la pietra. I miei peccati sono miei, mi appartengono”. È solo l’inizio di un crescendo rock, frizzante e sfrenato, in cui Patti Smith urla a gran voce, e divertita, il desiderio di possedere una donna, stanotte, gridando il suo nome: G-L-O-R-I-A.

 

Peccato e redenzione sono sempre stati parte integrante della poetica di Patti Smith. Fervente lettrice dei poeti bohemien ma anche della Bibbia, ha sempre fortemente identificato la vita con una visione religiosa, anche se alla sua maniera. Ha cercato conforto nel Cristianesimo post-Concilio Vaticano II (inserendo una foto Papa Luciani nel booklet di Wave, del 1979 o scrivendo una poesia, Three Windows for Jean Paul II, dedicata a Papa Wojtyla e al suo straordinario carisma). A questo ha fuso elementi buddhisti.

Patti Smith e Bruce SpringsteenAffermò che “la musica riconcilia con Dio". Ma la sua strada maestra fu, più semplicemente, quella della comunicazione come mezzo per creare una coscienza collettiva: "Bisogna lottare per le cose che ti stanno a cuore. Essere capace di comunicare con le persone. E soprattutto, convincerti che un singolo essere umano, che sia tu o Nelson Mandela, possa davvero cambiare le cose". Da qui il suo impegno in tanti movimenti umanitari e ambientalisti, così come la sua presa di posizione contro l'amministrazione di Bush Junior e la guerra in Iraq.

 

Per lei il rock è stato ed è uno strumento per parlare alle persone. Con sonorità che spaziano dalle costruzioni più semplici della forma canzone (come Because the Night , scritta con Bruce Springsteen per l’album Easter del 1978 – clicca sui titoli per ascoltarle) ai ritmi più hard di Rock ‘n’ Roll Nigger (sempre da Easter, 1978), dal rock frizzante di Ask the Angel (da Radio Ethiopia, del 1976) fino alle solenni elegie convulse come la magnifica Pissing in a River (ancora da Radio Ethiopia) che, a dispetto del titolo, è un solenne e rabbioso grido di amore perduto (Tutto ciò che ho fatto, l'ho fatto per te. La mia vita per te, ogni movimento che ho fatto...Cosa ne dici, ora che mi stai lasciando? Cosa ne dici, visto che non hai più bisogno di me? Cosa ne dici, visto che non posso vivere senza di te? Cosa ne dici, visto che non ho mai dubitato di te? Dovrei seguire un sentiero così tortuoso? Dovrei strisciare sconfitta e umiliata? Dovrei Percorrere tutta la lunghezza del fiume? Gettare le ricchezze, il trono, il mio pianto? Cosa ne dici? Oh, sto pisciando nel fiume").

 

Allo stesso modo, la sua poetica può passare dalla sfrontato e lussurioso desiderio di Gloria agli appelli forse un po’ populisti, ma comunque efficaci, di People Have the Power , da Dream of Life del 1988 (“La gente ha il potere. Il potere di sognare, di dettare le regole. Di lottare per cacciare dal mondo i folli… Noi possiamo rivoltare il mondo”). Passando anche per i vortici di sensazioni intense ed estatiche, religiose ma anche pericolosamente dionisiache di Dancing Barefoot (da Wave, del 1979, e rifiutando ogni riferimento alla droga nella Heroine citata nel testo, che Patti Smith afferma essere semplicemente il femminile di hero): "Lei è sublimazione. Lei è l'essenza di te. Lei si sta concentrando su di lui, che è stato scelto da lei. Vado e non so il perché. Roteo così, senza sosta. Sto danzando a piedi nudi, quasi piroettando...perdo il mio senso di gravità (Oh Dio, ti ho sentito). La trama della nostra vita trasuda nell'oscurità come un viso. Il mistero della nascita, dell'infanzia stessa. Le visite alle tombe. Che cos'è che ci chiama? Perché dobbiamo pregare urlando? Perché la morte non può essere ridefinita? Chiudiamo gli occhi, allunghiamo le braccia, mentre balliamo su lastre di vetro).

 

Fino al 1979, nonostante momenti più difficili, sia personali che artistici, Patti Smith fu regina di un rock intelligente, nuovo ed onesto, capace di ammaliare i critici ma anche toccare le vette delle classifiche. Nel 1979, dopo quattro album di successo (Horses, Radio Ethiopia, Wave e Easter), annunciò a sorpresa il suo ritiro dalle scene e sposò Fred "Sonic" Smith, chitarrista degli MC5, dal quale ebbe due figli.

Tornò nel 1988 con Dream of Life, riprendendo a pieno regime la sua produzione, senza la prorompente energia del passato, ma conservando il carisma e la capacità di coinvolgere con la sua voce e la sua presenza. Il titolo dell’album è diventato nel 2007 anche il nome di un documentario sulla sua carriera girato da Steven Sebring.

 

Tra le collaborazioni da ricordare, anche quella con i REM, a cui Patti offre la voce affiancando Michael Stipe nel brano Ebow the Letter, del 1996 (vedi qui il video live).

 

HORSES

“Gesù è morto per i peccati di qualcuno ma non per i miei. Mescolata a una ciurma di ladroni, ho un asso nella manica. Un cuore duro come la pietra. I miei peccati sono miei, mi appartengono”. Se la cover dell’album avesse lasciato dei dubbi sul contenuto, l’incipit di Gloria  (clicca sul titolo per ascoltarla) non potrebbe essere più chiaro. Si tratta di rock’n’roll, certo, ma è l’interpretazione a cambiare: più violenza, più velocità, un canto libero e spavaldo. Il brano appartiene in realtà a Van Morrison, ma Patti Smith lo sventra e poi lo infarcisce del suo stile, di poetessa e di cantante. Ed è in questa veste che Gloria passerà in eredità alle generazioni successive.

 

La copertina di Horses

Patti Smith è pronta a condurre i giochi, ad entrare di prepotenza e a costringerti ad ascoltare. Horses è un album sulla sua voce, subliminata dalla chitarra di Lenny Kaye che imbastisce trame delicate e sferzanti, il piano di Richar Sohl che ne aumentare l’impatto emotivo, il basso di Ivan Kral e la batteria di Jay Dee Daugherty che contribuiscono a decorare la tela che Patti Smith dipinge con la sua voce, fiera e feroce.

Horses è anche un album dalle melodie variegate. Patti Smith è l’elemento costante.

Lo stile, infatti, ha un’improvvisa virata nel reggae/rock di Redondo Beach. Un ritmo semplice e spensierato che nasconde un testo tutt’altro che solare, si parla infatti di un suicidio di una ragazza.

A questo punto potrebbe accadere di tutto. Anche una suite piano, voce e chitarra come Birdland. Patti Smith recita i suoi versi, mentre la chitarra e il basso annodano delicatamente le trame. Pochi versi parlati, poi la tensione cresce, sempre più estrema. Il finale è un intenso e disperato urlo su accordi di piano impazziti e linee di chitarra distorta e abrasiva, in cui Patti Smith dà la prima prova della sua espressività emotiva, dando voce al pianto di un ragazzo che vede suo padre, appena morto, salire al cielo su una navicella. E lo invoca “No papà, non lasciarmi qui da solo, ti prego. Portami con te, lasciami entrare nella tua navicella”.

 

È sempre il piano ad introdurre la quarta traccia, Free Money, pezzo rock di grande presa. Gli accordi si fanno ancora una volta velocissimi, una cavalcata sfibrante, con Kaye che macina note di rock e Patty Smith che, di nuovo tra recitato ed urla, conferma la sua forza di rocker.

Kimberly è la svolta solare, costruita su un basso e una batteria regolare, e accordi di chitarra da far muovere la testa. È il desiderio di proteggere una creatura dal male del mondo. “Presto il cielo si aprirà, i pianeti si sposteranno, sfere infuocate cadranno e l’esistenza finirà. (…) Ma io non mi preoccupo, finché tu sei salva, Kimberly, e io posso perdermi nei tuoi occhi stellati”. La voce di Patti Smith smette per attimo di essere dura e, pur nel suo caratteristico timbro roco, si apre a una positività radiosa e libera dalla disperazione espressa nelle ultime due tracce.

 

Solenne, intensa e bellissima è l’addolorato urlo di Break It Up . Un diamante in cui si sublimano le capacità di Patti Smith di creare suspence, emozione e disperazione, ma in cui spicca anche la componente strumentale, con gli ululati della chitarra dell’ospite Tom Verlaine (dei Television), capace di restare in disparte e poi tendersi all’improvviso, in un botta-risposta di chitarra e voce, di violenza e disperazione.

 

 Con Land la traccia si divide in tre: Horses, Land f Thousand Ballads e La Mer(de). Un crescendo isterico per voce e sezione ritmica (“Go Rimbaud! Go Rimbaud!” urla Patti Smith). Rock martellante e continuazione sussurrata. Nove minuti durante i quali un certo Johnny, personaggio preso in prestito da “The Wild Boys” di William Burroughs, viene prima ucciso brutalmente, poi vive strane avventure.

 

La rumorosa cosa si interrompe al nono minuto, lasciando voce e batteria a spegnersi ed introdurre, così, il breve inno funereo di Elegie , l’ultima traccia, dedicata alla morte di Jimi Hendrix. La chitarra, stavolta, è quella di Allen Lanier (musicista dei Blue Öyster Cult e allora compagno di Patti Smith). Il clima melodico, sognante ma inquietante. La voce di Patti Smith smette di ruggire e si appoggia sul pianoforte per attimi di puro “lirismo lirico”. Silenziosa, dolente, romantica.

“Non so cosa fare stanotte. La testa mia fa male come bevo e respiro.I ricordi cadono come crema nelle mie ossa, muovendosi dentro di me.

Deve esserci qualcosa che posso sognare, stanotte.L’aria è piena dei tuoi movimenti.Tutti i fuochi sono congelati, ancora ho voglia

Trombe, violini, posso sentirli in lontananza e la mia pelle emette un raggio. Ma credo sia triste, molto triste che i nostri amici non possano essere qui oggi”.

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Commenti: 1
  • #1

    Best Juicer (venerdì, 12 aprile 2013 10:24)

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