Lou Reed (and the Velvet Underground)

Ha segnato la storia del rock. Ha raccontato il degrado delle città, dei suoi reietti e della sua viziosa borghesia. Ha tirato via il sipario che nascondeva il malessere dell’esistenza, mentre sull’altro lato della costa americana i giovani facevano surf o indossavano  collanine di fiori inneggiando alla “peace & love”, sorridendo e danzando.


 

di Lucia Conti 

 

L’ha raccontato attraverso ritmi ossessivi e acidi o melodie apparentemente innocenti. Ma le sue parole non lasciavano spazio a fraintendimenti. E non è stato accettato. Non subito, almeno. Il successo di The Velvet Underground & Nico è arrivato molto dopo la sua pubblicazione. È arrivato quando il rock era ormai divenuto uno strumento di denuncia sociale. Quando i ragazzi avevano ormai smesso di credere al sogno hippie o abbandonato la vita da spiaggia californiana. Quando la pubblica opinione aveva perso la pudicizia che fino a quel momento aveva portato a considerare scandalosa l’avanguardia e ad emarginare la fragilità umana. Quella che Lou Reed raccontava con linguaggio lucido e conciso. Affermando che non era tutto poi così perfetto. Anzi. Non lo era la società. Non lo era la famiglia. Non lo era l’uomo.

Lou Reed non è mai stato un figlio dei fiori. Non ha mai creduto nel sogno hippie. Ma non è mai stato cinico. Il suo linguaggio è pieno di crudezza, ma non è crudele. Ha semplicemente raccontato quello che vedeva intorno a sé. È stato il poeta dei marciapiedi e delle stanze segrete.
 
Pubblicato nel 1967, The Velvet Underground & Nico è il primo e più famoso album della band guidata da Lou Reed sotto l’ala protettrice ed estetica di Andy Warhol, re della pop art e mecenate della vita artistica newyorkese degli anni ’60. La carriera dei Velvet Underground iniziò per la strada e continuò in un locale del Greenwich Village. “Suonavamo per i turisti al Cafè Bizarre. Non aveva nulla di bizzarro. Era un letamaio”, racconta Lou Reed.

 

Fu Andy Warhol a tirarli fuori dalle bettole e a condurli nella sua Factory, la fabbrica di talenti in cui tutte le arti si miscelavano in un’unica, immensa opera. Fu lui ad imporre la presenza di Nico, modella e attrice tedesca dalla voce profonda e gelida. Fu lui a produrre l’album e a creare la celebre copertina bianca con la banana, che nella prima tiratura del disco era adesiva, con inciso sopra “Peel slowly and see” (“Sbuccia lentamente e guarda”). Sotto si nascondeva una (succosa) polpa rosa...

 

I Velvet Underground (il nome è tratto da un racconto erotico di serie B) erano una strana ma esplosiva miscela: la poesia (più narrativa che lirica) di Lou Reed e l’accoppiata chitarristica con Sterling Morrison si intrecciavano con la viola, il pianoforte e il basso di John Cale e con i potenti colpi di batteria di quel maschiaccio di Maureen Tucker.

 

L’ingresso di Nico aggiunse alla band quella immagine ammaliatrice che perfettamente si confaceva alla classe delle celebrità newyorkesi. A tutto questo Warhol sommò la forza delle altre arti.

Andy Warhol è stato uno degli artisti più significativi del XX secolo. La sua vita era costruita su una sinergia di ispirazioni. Prendeva ogni persona, ogni cosa (anche una banale lattina di zuppa), la sistemava nel modo giusto e la faceva diventare un’opera di avanguardia. Lo stesso avvenne con i Velvet Underground. Proiettava istallazioni fotografiche sulla band durante le performance e introdusse sul palco ballerini ed esibizionisti di ogni genere, che agitavano fruste, torce elettriche, veli e croci di legno. Tutto fuso insieme in una specie di surreale estasi collettiva. Un rituale dionisiaco, violento ed esorcizzante. Quella dei Velvet Underground e di Andy Warhol era arte scevra da ogni condizionamento, sociale, commerciale o morale.

 

Questi happening diventarono la principale attrazione delle personalità più oscure della Grande Mela (ecco un video d'epoca). Cantanti, attori, impresari e scrittori accorrevano per farsi sedurre dall’avanguardia warholiana. Ma la gente comune non ascoltava i Velvet Underground. I ragazzi, in quel momento, rincorrevano il sogno di un mondo libero e bellissimo. Con i Velvet Underground, invece, non c’erano porte della percezione da aprire alla ricerca della meraviglia dell’infinito. Non c’era senso di comunità. Né spazio per le speranze. C’era solo un nichilismo disperato, raffigurato attraverso storie di alienazione, solitudine, sfiducia, perdizione fisica e morale.

 

 

Il suono violento e seducente della follia urbana

 

Eppure l'inizio dell’abum non sembrava aprire la strada a tanta oscurità. Sunday Morning è una filastrocca sorretta da uno xilofono tanto dolce da sembrare un carillon accanto alla culla di un bambino. Canta Lou Reed, con voce così eterea da poter essere confusa con quella femminile di Nico. Ma questa canzone apparentemente innocua e rassicurante, racconta in realtà la triste alba dopo una notte di inutili bagordi. Uno sguardo rivolto a un nuovo giorno che, tuttavia, non porterà nulla di buono. La sensazione è quella di “un’inquietudine al mio fianco... Sono solo gli anni sprecati che incalzano... Sto cadendo. Ho una sensazione che non voglio sapere”.

 

L’inganno melodico non si rivela ancora completamente nel rock brado e ripetitivo di Waiting for the man. Qui è Maureen Tucker ad emergere, colpendo le percussioni come se tenesse in mano un martello pneumatico. La voce di Lou Reed si fa ruvida, mentre racconta con estrema naturalezza di  un uomo che sta su una strada malfamata ad aspettare il suo spacciatore, “come sempre in ritardo”. E quando questo arriva, “tutto vestito di nero, scarpe da portoricano e un gran cappello di paglia”, lo conduce “su per tre rampe di scale” dove “tutti ti puntano, ma a nessuno importa”. Lui ha la roba. Te ne da un po’ di quella buona e tu te ne vai, “perché non hai tempo da perdere”. È il momento della tua dose. “Tesoro non gridare. Cara non piangere e non gridare. Io sto bene. lo sai che prima o poi riuscirò a farcela. Mi sento bene, mi sento davvero bene. Fino a domani”. Ecco il rock che cambia. Non ci sono eroi. C’è il mondo nascosto. Quello perdente. Il sogno hippie non esiste. Né la gioventù surfista o collegiale che tanti artisti si preoccupavano di intrattenere con musica solare e da ballare. I testi di Lou Reed trattano argomenti mai trattati prima. Droga, vizi, corruzione e lussuria. Senza mezzi termini.

Femme Fatale è la prima delle tre tracce cantate da Nico. La melodia si fa più rilassata, l’accompagnamento è scarno e discreto. La voce di Nico è seducente, ma malinconica. Parla di “donna fatale”, ora angelo, ora viziosa egoista da cui non puoi aspettarti niente. Per una sola ragione: “Lei viene dalla strada”. Ed è così che funziona dalle sue parti. E avverte: “Attento a come ti muovi, ti spezzerà il cuore in due... basta guardare il colore falso dei suoi occhi. Ti esalterà solo per umiliarti... Prima di cominciare ti ha già vinto. Si prenderà gioco di te come un fantoccio”.

 

Ogni piccolo segno di comprensione e compassione si spegne nell’erotica ed ossessiva Venus In Furs, il primo dei due capolavori di quest’album (ascoltala qui). Mentre la viola elettrica di Cale dipinge scenari infuocati e apocalittici, un Lou Reed dalla voce sicura e fredda sillaba le parole come un giudice che legge una sentenza. Non c’è spazio per nessun appello.

È il racconto di un erotismo morboso, malato, violento, al quale però non si vuole resistere. È la musica di un pericoloso rituale sadico. È il desiderio di essere posseduti, di essere comandati. (“Bacia lo stivale di cuoio lucido... Lecca le cinghie, la cintura che ti aspetta... Parla sottovoce, inginocchiati... Assaggia la frusta, ora sanguina per me"). È il bisogno di non volersi difendere. E in fondo, di essere amati: “Sono stanco, sono esausto. Potrei dormire mille anni. Mille sogni che mi potrebbero svegliare. Colori diversi fatti di lacrime... Colpisci, padrona cara, e cura il suo cuore”.

 

L’album ha un’improvvisa virata con il beat di Run, Run, Run, che nasconde la surreale cronaca di personaggi che vendono l’anima al diavolo, muoiono o si perdono in una desolante girovagare alla ricerca del Paradiso. Dove è che l’avete messo? Ma è solo una distrazione melodica, che cede il passo alla ballata funerea – dal sapore orientale – di All Tomorrow's Parties. Psichedelica, incede solenne, mentre Nico racconta di una Cenerentola metropolitana che si chiede cosa indosserà per la festa e “che se ne farà di tutti gli stracci del giovedì. Quando arriverà il lunedì? Si trasformerà ancora una volta nel pagliaccio della domenica e piangerà dietro la porta”. Un pagliaccio per il quale “nessuno piangerà mai”.

 

La solennità di questa traccia crea la sospensione opportuna prima di sprofondare nell’altro devastante capolavoro dell’album (ascoltala qui). Probabilmente la creatura più bella di tutta la discografia firmata Lou Reed. Un salto nel vuoto, una discesa agli inferi senza appiglio. E senza neanche la voglia di trovarlo. È il desiderio di andarsene. Di smettere di pensare. Di smettere di soffrire. È l’ultima strada. È ebbrezza e morte. È l’abisso. È Heroin. Sette minuti di pura paranoia, in cui l’esistenza corrotta, e ormai irrecuperabile, si veste di suoni maestosi e di un angosciante lirismo autodistruttivo. Tutto è perduto. E “non potete aiutarmi, ragazzi. Né voi, ragazze dolci con le vostre dolci parole. Potete andare tutti a farvi una passeggiata”. Non c’è nulla da fare. Proprio nulla per liberarsi di tutto il peso dell’esistenza. C’è solo l’eroina, perché quando “è nel mio sangue e il sangue va alla testa, sto meglio che se fossi morto... E non me ne frega più niente di voi Tizi e Cai di questa città e di tutti i politici che schiamazzano come pazzi. Né di quelli che insultano tutti gli altri e di tutti i morti ammucchiati... E ringrazio il vostro Dio di non essere cosciente”.

 

La poesia di Lou Reed tocca qui il vertice della sua lucida disperazione. Lacera e penetra con l’intensità che sprigiona. Si conficca proprio come un ago, attraverso il quale scorre una psichedelia elettronica che toglie il respiro. Una tempesta di suoni ora lenti, ora persi in una accelerazione feroce. Le percussioni che rimbombano, funeree e martellanti. Le corde che stridono, piangono, urlano. “L’idea è di trovarsi su un treno impazzito. Essere proiettati in avanti e poi rallentare fino all’immobilità, per poi partire ancora, in maniera improvvisa, fuori controllo. Erano sensazioni che tutti noi conoscevamo, sia che avessimo provato l’eroina o meno” (Lou Reed).

 

Il brano fu molto controverso. Lou Reed fu accusato di incitare all’uso della droga. Giudizio forse suggerito da una melodia costruita in accordi maggiori, che rendono il suono più piacevole. “L’ho raccontato come è”, taglia corto Lou Reed. E in effetti, quella di Heroin è una testimonianza drammatica. Niente a che vedere con la filosofia hippie che promuoveva l’uso delle droghe come mezzo di conoscenza e ampliamento delle capacità percettive. Qui l’unica cosa che la droga può fare è farti smettere di pensare. Darti quell’estasi effimera che ti fa smettere per un istante di avere paura.

 

Un’altra virata per l’album ed ecco una boccata di ossigeno con il beat There she goes again. Il clima si fa più disteso, quasi di sfacciata spensieretezza. E poi, imprevista, una traccia invasa di romanticismo e ottimismo. Un arpeggio melodico a disegnare la trama per un atto d’amore. “Trovo difficile credere che tu non sappia la bellezza che sei. Ma se non lo sai, lascia che io sia i tuoi occhi, una mano nel tuo buio perché tu non abbia paura”. (I’ll be your mirror)

Unico canto d’amore puro e anche l’ultima occasione per tirare un sospiro di sollievo. Il finale è nel segno di un rock acido. The Black angel death’s song è un brano psichedelico, dal lungo testo, quasi recitato, che scorre veloce sulla viola stridente e ossessiva di John Cale. È come una lama che taglia. La melodia è volutamente deturpata, gli arpeggi veloci al punto di perdersi, le percussioni si fanno via via più palpitanti. European Son è l’ultima tappa di un viaggio attraverso un’umanità che si è persa. Un free-jazz per rumori, chitarre distorte, feedback, specchi che si infrangono, tam tam tribali e una denuncia che è anche un cattivo presagio: “Hai ammazzato il tuo figlio europeo, hai sputato su quelli sotto i vent'’anni. Ma ora le tue nuvole azzurre sono andate via... Faresti meglio a salutare le tue nuvole alla deriva addio”.

 

Si chiude così The Velvet Underground & Nico, un totem primordiale di quello che sarebbe poi stato il rock, la psichedelia e anche il punk. Che non sempre, però, raggiungeranno livelli di tale intensità e verità perversa.

Ma per i Velvet Underground fu anche l’inizio della fine. L’equilibrio all’interno della band iniziò a spezzarsi. Registrarono subito un secondo disco, White Light White Heat (1967), in cui si accentuano rumori, distorsioni e paranoie, ma si perde qualcosa della magia del debutto.

Il mancato successo del disco accelera il disgregarsi della band. Nico se ne era già andata e anche Cale abbandona il gruppo, che si scioglie definitivamente tre anni dopo, lasciandosi alle spalle altri due album: The Velvet Underground (1968) e Loaded (1970).

 

 

Lou Reed: dal rock maledetto ai giorni perfetti

 

Continua invece, anche se a fatica, la carriera solista di Lou Reed. Il poeta della strada è stanco. Si affida alle braccia del suo collega e ammiratore David Bowie, che lo introduce al glam rock e produce il suo album Transformer, altra pietra miliare in cui spiccano canzoni destinate a divenire dei classici, come Perfect day, Walk on the wild side, Satellite of love e Vicious.

 

Lou Reed tira fuori la sua capacità di assorbire e impadronirsi dell’arte in tutte le sue forme. Si trasforma in una glam star e riprende la sua ascesa. Ma non sarà che una fase. Perché Lou Reed, artista poco incline alle mode, abbandona rapidamente i panni glam e torna ad immergersi nella crudezza della vita reale, raccontando il fallimento di un matrimonio con Berlin (1973). Per la produzione dell’album viene assunto Bob Ezrin, che più tardi diverrà famoso come produttore dei Pink Floyd.

 

Lou Reed - Transformer

Nella prima metà degli anni ‘70 vengono pubblicati Rock ‘n Roll Animal e Sally Can’t Dance (in cui Lou Reed tira fuori tutta la forza seduttrice della sua voce nel blues urbano di Baby Face). Ma il poeta newyorkese vive un nuovo momento di profonda inquietudine. Alla fine degli anni ‘70 i suoi spettacoli sono pieni di violenza verbale e la sua immagine diviene elegante e androgina, ma corrotta e cattiva. “Ho creato il mio personaggio – racconta –. La mia serietà era nascosta da tutte le mie pose e dalla confusione tra l’immagine e la vita vera. Vivevo come un equilibrista senza rete, un’esperienza spaventosa da ogni punto di vista. Alcol, droghe. Non poteva essere peggio”.

 

Dopo aver passato gli anni 70 a “rifinire, correggere, negare e contraddire" la sua immagine, come afferma lui stesso, Lou Reed trova, a partire dagli anni ’80, una ventata di aria fresca. Abbandona le pose e gli atteggiamenti provocatori, l’alcol e la droga, e diventa un colto musicista cinquantenne che può finalmente guardare con distacco il suo difficile passato. La sua eredità  sono quattro album con i Velvet Underground, una ventina di lavori da solista, collaborazioni con altri artisti e musica per il teatro. La sua grandezza sta nell’aver reso il rock un’arte intellettuale. La sua forza è stato il suo rigore artistico, anche nei periodi bui. Un’assoluta integrità artistica che lo ha reso un punto di riferimento per tanti altri musicisti venuti dopo.

 

Una delle canzoni più famose di Lou Reed è Perfect Day. Una delicata ballata al pianoforte che ha la capacità di dire tutto senza dire niente. Parla di una giornata semplice. Una passeggiata nel parco, dar da mangiare agli animali dello zoo. Un film al cinema e poi a casa. Ed è “questo un giorno perfetto. Sono felice di averlo trascorso con te. Mi hai fatto dimenticare me stesso. Pensavo di essere un’altra persona. Un tipo apposto”. È il riposo di un uomo. Un momento di normalità che non gli era mai stato concesso e che non pensava di meritare. E conclude: “Raccoglierai quello che hai seminato”. Un giorno perfetto dunque. Il primo di una lunga serie. O come a dire che non ce ne saranno due. Guardandolo ora, Lou Reed, sembra di poter affermare che è stato solo il primo di una lunga, lunga serie.

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Commenti: 2
  • #1

    Kolagenový nápoj (lunedì, 28 maggio 2012 23:38)

    nice post

  • #2

    Cvrček (venerdì, 01 giugno 2012 10:20)

    Thank you for information