Rein: il combat folk si colora dei paesaggi d’Occidente

Roma, Contestaccio, 11 gennaio 2009

 

Sono giovani, ma con oltre 400 concerti alle spalle, di esperienza ne hanno fatta. E sul palco si vede: sono a loro agio, senza bisogno di ostentare sicurezza in eccesso. I Rein hanno voglia di comunicare: la loro è una chiamata sociale, in certi momenti un po’ populista, ma intrisa di quell’idea romantica di viaggio e di una dose di poesia che li sottrae in corner dalla pura contestazione politica. La musica è un combat folk che fonde la tradizione popolare con il reggae, le ballate irlandesi, il rock e anche il valzer. La band è in forma, armonizzata e costante. Peccato, però, che l’ambiente raccolto del Contestaccio abbia sacrificato la potenziale espressione fisica, sia da parte degli ascoltatori che della band. Sarebbe interessante vederli in un contesto più grande, per scoprire se i ragazzi sono capaci di creare quel coinvolgimento collettivo che il genere musicale e i testi richiederebbero.

 

Lo spazio per muoversi è mancato anche perché la formazione e la strumentazione è massiccia: cinque componenti ufficiali (Gianluca Bernardo, voce e chitarra; Claudio Mancini, chitarre e tastiere; Luca De Giuliani, chitarra elettrica; Pierluigi Toni, basso, contrabbasso e sequencer; Gabriele Petrella, batteria e percussioni), a cui si sono aggiunti Laura Sansone al pianoforte e organo hammond, e Claudio Montalto alla tromba.  

Il concerto si è snodato tra le venti tracce contenute nel loro ultimo album, Occidente, che – come ricordato dai ragazzi durante il concerto – è pubblicato con licenza copyleft, cioè legalmente masterizzabile e scaricabile gratuitamente da internet (ma anche acquistabile in cd, oltre mille le copie già vendute). Un gesto coerente, dal momento che la libertà di espressione e la lotta alla mercificazione – dell’esistenza e dell’arte - sono le linee direttrici della loro carriera. E loro sono ottimisti.

 

Lo hanno dimostrato al Contestaccio, dove sul palco si vedeva un gruppo di ragazzi allegri, rilassati, sicuri e che sanno parlarsi. Che sanno quando è il momento per lasciare spazio a uno strumento in particolare e quando invece è ora di armonizzarli insieme, senza rincorrersi o senza quella sgradevole sensazione di tanti strumenti che suonano contemporaneamente ma ognuno per conto proprio. I Rein sanno suonare insieme, e quando è così – che sia folk o rock, jazz o reggae – lo spettacolo non può che riuscire.

 

Lo stile si richiama quello della Bandabardò e dei Ratti della Sabina e, che piaccia o no, si tratta probabilmente dell’unico genere che negli ultimi dieci anni abbia portato una qualche innovazione e tratto distintivo nel panorama della nuova generazione di musicisti italiani.

La varietà dei generi rappresenta tuttavia un’incognita, perché che se da una parte c’è modo di accontentare tutti, si corre altrettanto il rischio che alcune canzoni piacciano molto ed altre molto meno. Il rischio è soprattutto in quelle melodie da vecchio sud contadino. Ma il pubblico del Contestaccio è attento e risponde ai brani con gli applausi. Sul lato sinistro della sala c’è anche chi accenna un ballo, molleggiando sulle gambe.

 

Si va così dai ritmi più battaglieri e trottanti di Canzone dell'Irlanda Occidentale e de Il Ponte di Mostar (che si liberano entrambe dopo un’intro lento di musica tradizionale), ai delicati e malinconici arpeggi de La Canzone di Diana, e ancora il reggae di Verso San Paolo, dove il lato sinistro della sala molleggia con ancora più voglia di lasciarsi andare.

Il valzer alla francese arriva con Il Ricordo delle Tue Mani, mentre il rocksteady de Il Deserto di Piero diventa occasione per un tributo a Fabrizio De Andrè, che moriva quello stesso giorno di dieci anni fa. Il poeta genovese è stato esplicitamente citato dal vocalist dei Rein, ma sarebbe bastato ascoltare il titolo e il testo del brano per ricordare la Guerra di Piero. La band romana ha però avuto l’accortezza di scegliere una variazione musicale e melodica che distinguesse la loro canzone dal celebre capolavoro di De André.

 

Sferzata gitana con Est, e poi la più universale 150 Sprint Veloce, che nell’apparente orecchiabilità nasconde rabbia e disillusione. E su questa scia, trascorre velocemente un’ora e mezza di concerto. Che tra ritmi diversi, tromba e armonica a bocca, è stato abbastanza variegato da mantenere costante l’attenzione del pubblico.

 

In chiusura, la title track dell’album, Occidente. Veloce, ritmata, vibrante. La chitarra elettrica ricama una tela di piccoli giochi stilistici mentre voce, tromba e batteria si liberano in oltre due minuti di energia, che poi si spengono in un rispettoso silenzio per lasciare spazio alla voce di Pier Paolo Pasolini. Che in poche parole traccia il quadro del percorso sui cui i Rein stanno camminando: “Il fascismo, il regime fascista non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere. E questo gruppo di criminali al potere non ha potuto in realtà fare niente. Non è riuscito ad incidere, nemmeno a scalfire lontanamente la realtà dell'Italia. Però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della società dei consumi, invece, riesce a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. Posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia”.

 

Un concerto a cui è difficile fare appunti negativi, ma nel quale sono mancate le condizioni per mettere davvero alla prova i Rein. Al Contestaccio hanno mostrato di essere un gruppo solido, che forse non ha ancora individuato con precisione su quale genere musicale muovere i prossimi passi, ma che non ha paura di avventurarsi. Aspettiamo di vederli davanti a un grande pubblico, per avere la dimostrazione che, oltre che dirlo a parole, siano veramente in grado di convincere una generazione intera a unirsi in una grande missione collettiva, per ridare respiro a una società che si sta sempre più chiudendo in se stessa.