I mille volti di Nick Cave sul palco milanese del Dal Verme

Milano, Teatro Dal Verme, 22 ottobre 2009

 

“Informale, intimo e bizzarro”. L’aveva detto Nick Cave, che sarebbe andata così. Ma si è dimenticato di dire che sarebbe stato rock! Perché quello del 22 ottobre a Milano non è stato solo il reading di alcune pagine tratte dal suo secondo romanzo, La Morte di Bunny Munro. È stato un vero e proprio concerto, in cui il poeta maledetto australiano, accompagnato dai fedeli “semi cattivi” Warren Ellis (chitarra, flauto, violino e percussioni) e Martyn Casey (basso) ha interpretato con l’intensità e l’impeto che lo contraddistinguono ben 16 canzoni estratte dal suo vastissimo repertorio: dalla sudicia e apocalittica Tupelo (dall’album The Firstborn is Died, del 1985) alla preghiera di perdono Love Letter (da No More Shall We Part, del 2001). Ma neanche questo era abbastanza. Nick Cave ha aperto un vero e proprio dialogo con il pubblico, rispondendo alle loro domande con arguzia e ironia. Ha dato tutto, proprio tutto. Anche una bella mezz'ora di tempo passata ad autografare e salutare il ristretto numero di fan che erano riusciti ad accaparrarsi un biglietto per questa serata informale, intima e bizzarra.


Il teatro Dal Verme è un luogo raccolto e la Sala Grande non è poi così grande. Circa 1.500 posti in tutto, palco basso e a pochi centimetri dalle poltrone di prima fila. Un’atmosfera da salotto, che un Nick Cave rilassato e divertito ha reso amichevole fin dal suo ingresso sul palco. “Ci sarà qualche lettura dal mio ultimo libro, ma soprattutto tanta, tanta musica. E per chi avesse voglia di fare domande, sono qui per rispondere. Quindi non siate timidi. Sono al vostro servizio”, ha detto salutando il pubblico, con la sua aria da diabolico burlone. Sfoggiava un elegante abito scuro e ha tagliato i baffoni, acquistando un aspetto molto più giovanile, a dispetto dei suoi 52 anni di età. Ma gli occhi sono luciferini come 20 anni fa. Warren Ellis, circondato dai suoi mille strumenti, conserva invece la lunga barba e i lunghi capelli che, uniti all’abbigliamento “polveroso”, lo rendono così simile a un personaggio da far west. Martyn Casey è fisicamente il più sobrio, ma con il suo gilet scuro su camicia chiara acquista anche lui un alone da vecchio west.

 

L’occasione della serata (unica data in Italia) era la presentazione del romanzo La Morte di Bunny Munro, uscito a distanza di 20 anni da E l’Asina Vide l’Angelo, esordio letterario dell’eclettico artista australiano. Una storia, quella di Bunny Munro, che racconta un destino infausto che si abbatte in appena 3 giorni su un egocentrico e pervertito venditore di prodotti di bellezza (ragione per la quale all’ingresso del teatro venivano offerte bustine di crema per le mani). La penna di Cave è fredda e distaccata mentre racconta di questo personaggio infimo che trova il segreto della sua forza nei suoi capelli impomatati e nel suo pene perennemente eccitato. Come se nulla ci fosse di strano a spogliare con gli occhi qualsiasi donna a portata di vista e magari, perché no, provare anche a sedurla. Ma la moglie di Bunny si suicida e il latin lover si ritrova con un figlio di 9 anni tra i piedi e striscianti voci accusatorie che lo perseguitano. Comincia così una veloce discesa verso gli inferi in cui, ora dopo ora l’uomo, il suo ciuffo e il suo pene perdono sicurezza, controllo e vivacità. E con essi crolla anche l’uomo.

 

Trecento e rotte pagine in cui la parola “vagina” compare più spesso della congiunzione “e”. Ma più che di oscenità, quel romanzo è intriso della profonda delusione di fronte alla piccolezza e debolezza umana. A cosa si è ispirato per scriverlo? Gliel’hanno chiesto dalla platea del teatro. E lui, tra il serio e il faceto, ha risposto: “In parte è inventato. Ma in gran parte è ispirato alla realtà maschile. Mi spiace, ma gli uomini sono davvero così!”.

 

Al Del Verme ne sono stati letti tre stralci. Il primo e il terzo intensamente interpretati in inglese da Nick Cave, che li ha coloriti di grande enfasi e accentuazioni vocali. Per il secondo brano, letto in italiano, Nick Cave si è invece avvalso di un ospite di eccezione, Stefano Benni, che ha offerto una lettura tutto sommato piatta, confrontata a quella del passionale autore. Accovacciato in un angolo, Warren Ellis, campionatore alla mano, aggiungeva piccole tracce strumentali e rumori, ad aumentare l’inquietudine già espressa dalle parole.

 

Ma la parte da leone (e non poteva essere altrimenti) l’ha fatta quella concertistica, con arrangiamenti reinventati per la formazione ristretta che, tuttavia, ha ben colmato l’assenza del resto della band: un poderoso Nick Cave al pianoforte e chitarra, un incontenibile Warren Ellis pluristrumentista (incredibile in Grinderman) e Martyn Casey nobile cavalliere del basso.

 

Sedici tracce in totale (e le elenchiamo per i lettori più curiosi: West Country Girl, Hold On to Yourself, Into My Arms, The Weeping Song, Babe You Turn Me On, The Mercy Seat, Tupelo, The Ship Song, God Is In The House, Dig Lazarus Dig!, Love Letter, Lime Tree Arbour, Grinderman, (Are You) The One I Was Waiting For?, Red Right Hand, Lucy).

 

Il vecchio Nick ha fatto il suo dovere, scalciando come un cavallo selvaggio nel torvo e maledetto rock di Tupelo, Grinderman e Red Right Hand. Con sensuale trasporto ha cantato la dolcezza di Into My Arms, Love Letter e (Are You) The One I Was Waiting For?, mentre le sue dita affusolate scorrevano lungo i tasti del pianoforte (strumento di cui si era sentita la mancanza nel tour 2008 di Dig, Lazarus, Dig!!!) In ogni brano, insomma, Cave ha mostrato che l’età sarà pure cresciuta, ma l’ardore del suo animo non si è minimamente spento.

 

Quanto alle domande, forse per la volontà di rendere la serata allegra, forse complice le difficoltà linguistiche, sono state poche e piuttosto banali. Ma ne sono scaturite belle risate, perché Cave non è certo il tipo che resta senza parole!

 

Due ore e passa trascorse in un battito di ciglia. E una percezione (una conferma per chi scrive): di avere davanti un artista passionale, professionale e autorevole. Che sa incarnare il sacro e il dannato, ma anche divertire con una sfacciata pantomima. Un artista che sa creare con i fan un’atmosfera confidenziale e che sembra trarre da questo una buona dose di energie da dispensare sul palco. E un uomo dotato (o forse l’ha acquistata negli anni) di santa pazienza, tanto da restare oltre mezz'ora al bordo del palco per firmare fino all’ultima copia del romanzo che gli spettatori gli porgevano. Dispensando con fare cordiale strette di mano, abbracci e baci a coloro che, vista l’occasione propizia, avevano voglia di riportare a casa qualche ricordo personale in più di questo informale, intimo, bizzarro ed intenso evento.


(Lucia Conti)

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Commenti: 1
  • #1

    Buchta (lunedì, 16 luglio 2012 05:23)

    THX for info

English version

“Informal, intimate and strange”. Nick Cave said it would be so, but he forgot to say that it would also rock! Because the event of the 22nd of October in Milan was not just the reading of some pages from his second novel, “The Death of Bunny Munro”. It was instead a real concert, where the damned Australian poet, accompanied by devoted "Bad Seeds" Warren Ellis (guitar, flute, violin and drums) and Martyn Casey (bass guitar), interpreted with particular intensity and force sixteen tracks from his huge repertoire: from the grimy and apocalyptic Tupelo (from the album “The First born is Dead”, 1985) to the prayer for forgiveness Love Letter (from “No More Shall We Part”, 2001). Throughout, Cave built a dialogue with his Italian audience, answering their questions with irony and wit, giving everything. At the end he spent a good half of an hour signing books and saluting the small group of fans who had been able to grab a ticket for this informal, intimate and wonderful evening.

 

Dal Verme theatre is a cosy place and the “Big Room” is not so big. With around 1,500 seats, the stage is shallow and just inches from the front row. A living-room atmosphere, that a relaxed Cave made feel like home from the beginning. "We will have some reading from my book and we have a lot of songs. And if you have some questions, ask me. I am here to reply. I am at your service, so don't be shy", he told the audience with his devilish comedian style.

 

Wearing an elegant dark suit and shorn of  the big moustache, he looked younger than his 52 years. But in his eyes remain the devil from 20 years ago. Warren Ellis, surrounded by his many instruments, with his long beard and hair and dusty clothes, and Martyn Casey, plainer in appearance in dark waistcoat on the white shirt, retained their “Wild West” look.

 

The purpose of the show (the only date in Italy) was to promote the novel “The Death of Bunny Munro”, published 20 years after literary debut of this eclectic Australian artist, “And the Ass saw the Angel”. The story tells of the terrible fate of an egocentric and sex-obsessed door-to-door salesman of beauty products (the audience received on entry a small bag containing hand cream).

 

Cave's pen is cold as it portrays this base man, sure that the secret of his success is in his brilliant crop of hair and in his penis, constantly erect. He imagines every woman he meets is naked and, he makes it his mission to have sex with them. But Bunny's wife commits suicide and he finds himself with a 9 year old son between his feet and haunted by creeping voices of accusation. This is the beginning of a descent into Hell during which Bunny, his crop of hair and his penis lose confidence, control and will to live until his ultimate collapse.

 

Three hundred and more pages where the word "vagina" appears more often than the conjunction "and" but this is not mere pornography; the novel is soaked in the deepest despair of human meanness and debility. “What inspired the novel?” the audience asked and Nick Cave, half joking, replied. "I looked at myself and, at the male population in general. It’s a fiction but above all inspired by men. I'm sorry, but it's true!".

 

In all, three extracts were read. Nick Cave read in english the first and the third, colouring them with a great emphasis and characterful accents. For the second extract he called onto the stage a special guest, Stefano Benni, who offered a reading which was dull by comparison with that of the passionate author. Crouched in a corner, sound-machine in his hands, Warren Ellis added instrumental tracks and ambient noises to increase the sense of foreboding that the words expressed.

This evening, however, music had the lion's share (as is only right)
, with new arrangements to suit the curtailed line-up which, in any case, filled the hole left by the absent members of the band: Nick Cave, powerful at the piano, an irrepressible Warren Ellis on multiple instruments (incredible in Grinderman) and Martyn Casey, a noble knight of bass.
Sixteen songs (this is the setlist: West Country Girl,Hold On to Yourself, Into My Arms, The Weeping Song, Babe You Turn Me On, The Mercy Seat, Tupelo, The Ship Song, God Is In The House, Dig Lazarus Dig!, Love Letter, Lime Tree Arbour, Grinderman, (Are You) The One I Was Waiting For?, Red Right Hand, Lucy).

 

Old Nick played his role, kicking like a wild horse in the grim and damned rock of Tupelo, Grinderman and Red Right Hand. He sang sensually the tender Into My Arms, Love Letter and (Are You) The One I Was Waiting For? while his tapering fingers flew along the piano keys (an instrument that we missed on the 2008 tour Dig, Lazarus, Dig!!!). During every track Cave showed that even if he has grown older, the fire of his soul refuses to sleep.

 

Between the songs and readings were questions and answerts. Perhaps to avoid being too serious, or maybe because of language differences, the questions were few and light. There was  a lot of laughter because Nick is a witty guy!


More than two hours passed in a flash. We were left with the impression (a confirmation for the reviewer) of a passionate, professional and authoritative artist. A man who exemplifies a blend of the holy and the damned, but also makes us laugh with a cheeky pantomime. An artist who knows how to warm the audience up and create a confidential atmosphere, from which he draws further energy on the stage. And a man who has (or maybe has learned over the years) an almost holy patience, prepared to spend more than half an hour at the side of the stage signing until the last copy the books that fans brought him, kindly dispensing handshakes, hugs and kisses to those who, inspired by the occasion, wanted to return home with some personal memories of this informal, intimate, strange and intense evening.

 

(Lucia Conti - thanks Tim, my english Editor)