Lou Reed - Berlin

Una storia d’amore che si trasformarsa in odio e distruzione. Lou Reed la raccontò nel 1973 con Berlin, un album fortamente voluto dall’artista, ma un insuccesso tra il pubblico e la critica, tanto che per i trent'anni successivi il rocker americano decise di non suonarlo mai dal vivo. Ma nel dicembre del 2006, Lou Reed ha finalmente trovato la voglia di mettere in scena il suo sofferto lavoro al St. Ann’s Warehouse di Brooklyn. Il concerto, ripreso dalla telecamera di Julian Schnabel, si svolge in una scenografia scarna. Poche (trascurabili) sequenze proiettate sul fondo riproducono in chiave cinematografica la storia di Caroline e Jim. Ma è sul palco che si consumano le loro vite. Sconsigliato a chi Lou Reed non lo sopporta proprio. Vivamente consigliato a chi, pur non amando l’album, ammira l’ex Velvet Underground. È l’occasione giusta per apprezzare un lavoro sottovalutato.

di Lucia Conti

Regia: Julian Schanbel
Anno: 2007
Band: Lou Reed, Sharon Jones, Rupert Christie, Steve Hunter, Fernando Saunders, Rob Wasserman, Tony 'Thunder' Smith, New London Children's Choir, Emmanuelle Seigner (attrice e volto a Caroline)


All’inizio degli anni Settanta, Lou Reed era a Berlino. L’avventura con i Velvet Underground era finita e l’artista attraversava un periodo buio. Fu David Bowie a mettersi al suo fianco, sostenendolo nella realizzazione di Transformer, album che riscosse un successo enorme e consacrò Lou Reed tra le star della ventata glam. Ma anziché consolidare quell’immagine, Lou Reed si immerse in un progetto intimo e in parte autobiografico.
Difficile e oscuro, come era la sua vita in quel momento. E raccontò di un amore che portava dipendenza e conduceva alla morte. La storia, ambientata a Berlino, racconta di possessività, gelosie, promiscuità. Di bambini portati via dagli assistenti sociali, di odio verso se stessi, fino al suicidio.
L’uscita dell’album fu difficile. I discografici non voleva investire in un lavoro così drammatico. La critica lo definì l’album più deprimente mai composto. I fan ne rimasero delusi. E così Berlin fu chiuso in un cassetto, per oltre trent’anni.

La sua realizzazione sul palco restituisce oggi dignità a un lavoro che non meritava di essere maltrattato. Vi sono canzoni di grande valore musicale e testuale. C’è fallimento e crudezza. Temi non sconosciuti a Lou Reed. Ma il suono di quegli amori così distruttivi è pieno di compassione.

Al St. Ann’s Warehouse, la band formata da Fernando Saunders, Antony, Steve Hunter, Rob Wassermann, Rupert Christie, Sharon Jones e un’orchestra di sette elementi recupera tutti i sentimenti che si intessono in Berlin. L’esecuzione è magistrale, appassionata ma mai sopra le righe. La storia non lo permetterebbe.
Lou Reed poi, si sa, è un artista rigoroso, che prende il suo lavoro sempre molto sul serio. I primi piani sul suo viso sono l’elemento visivo più bello di tutta la pellicola. La sua espressione è visibilmente commossa, ma si scorgono anche dei momentanei sorrisi su quel volto che non capita spesso di vedere con i bordi delle labbra all’insù. Ed è ancora più significativo che tutto questo avvenga mentre, per la prima volta, esegue sul palco un album che forse aspettava da decenni di poter suonare davanti al pubblico (bellissima la performance di How Do You Think It Feels, di cui proponiamo il video)

Le scenografie di Julian Schnabel sembrano grezze, ma sono attente e funzionali. Sulle pareti, enormi poster con disegnate fantasie giapponesi e donne in kimono che ispirano femminilità. Il resto è grigio come il cielo nebbioso di Berlino. I colori predominanti sono il giallo e il verde, marci come l’amore di Caroline e Jim. La maglietta indossata da Lou Reed è rossa, come la passione. I filmati di Lola Schnabel (figlia di Julian) proiettati sullo sfondo sono brevi frammenti, girati con filtri opachi. Riproducono per lo più Emanuelle Seigner, volto di questa Caroline.

Berlin ha sempre avuto una forte impronta cinematografica. Il racconto si svolge con una certa linearità e per definire il carattere dei personaggi Lou Reed si affida ai dialoghi e ai monologhi interiori. In questo caso, tuttavia, non c’è una vera e propria trasposizione cinematografica dell’album, perché le poche sequenze fanno solo da contorno a quel che avviene sul palco. A rischio di bissare il flop, se si considera che quelle stesse canzoni trent'anni prima furono un insuccesso.
Essere la colonna sonora di un film vero e proprio avrebbe probabilmente offerto qualche chance in più al tentativo di riscattare un album già affossato. Invece Lou Reed lo ripropone così come era, musica e parole. E con orgoglio, l'unica, vera immagine che ci mette è la sua faccia.

La track list è ovviamente quella del disco del 1973, ma sul finale trovano spazio anche Candy Says, Rock Minuet e la sempre verde Sweet Jane.

Un consiglio a chi decidesse di avvicinarsi a quest’opera (e ve lo consigliamo): leggete i testi delle canzoni. Potete trovarli qui, nel sito italiano dedicato a Lou Reed. Quel che accade sul palco assume tutto un altro significato, quando se ne conosce la storia.


Cicca qui per accedere al sito ufficiale del film


Lou Reed - Berlin - Track Listing

01. Sad Song/Intro

02. Berlin

03. Lady Day

04. Men Of Good Fortune

05. Caroline Says I

06. How Do You Think It Feels

07. Oh, Jim

08. Caroline Says II

09. The Kids

10. The Bed

11. Sad Song

12. Candy Says

13. Rock Minuet

14. Sweet Jane