Iori’s Eyes: melodie pop/lo-fi intrise di fragilità eterea, innocente freschezza e oscurità onirica

Sono partiti dal punk e approdati a sonorità eteree e visionarie, che galleggiano su acque elettro-acustiche, si colorano delle giocose filastrocche dei bambini e poi sprofondano nell’oscurità onirica. Hanno aperto i concerti di band come i Blonde Redhead, i Local Natives e i Ministri, suonato a festival italiani e inglesi. Ora il giovanissimo duo milanese Iori’s Eyes debutta con un Ep, And Everything Fits In The Yellow Whale, che dà voce a emozioni delicate e fragili, ma senza perdere il gusto per la melodia e il pop.

 

 

di Lucia Conti

 

Un mondo sospeso e affascinante, quello degli Iori’s Eyes. Il loro segreto sta nell’intrecciare e interscambiare la voce diafana di Clod con suoni acustici, elettrici e sintetici che appaiono e poi si dissolvono nel nulla, in modo da far sembrare i brani trasparenti e multicolore allo stesso tempo.

È strano pensare che tutto questo nasca da due ragazzi milanesi di 22 anni con un passato punk alle spalle. Eppure è così. Clod e Sofia si conoscono a 17 anni, sui banchi di scuola del Liceo Artistico Umberto Boccioni di Milano. Entrambi suonavano in due differenti band punk-rock, Sofia alla chitarra e Clod al basso. Poi l’incontro artistico, che li porta a scambiarsi i ruoli affidando a Sofia il basso e le tastiere e a Clod la chitarra e canto.

L’esperimento funziona fin da subito, raccoglie i plausi del pubblico dell’underground milanese ma anche degli addetti ai lavori che li vedono esibirsi nei principali festival milanesi (ma anche a Manchester, in Inghilterra, e a Inverness, in Scozia) e gli affidano l’apertura di concerti di band come i Blonde Redhead , Noah And The Whale, Brett Anderson dei Suede, Ministri e Local Natives, e poi Nouvelle Vague, Red Light Company e Masha Qrella.

Una lista pregevole, per un piccolo duo nato così di recente e pressoché sconosciuto fuori da alcuni ed esclusivi canali live. Almeno fino all’uscita, un mesetto fa, del primo Ep And Everything Fits In The Yellow Whale, arrangiato insieme Federico Dragogna dei Ministri, registrato in Noise Factory da Alessio Camagni e pubblicato per “I Dischi del Dottor Mabuse”, Edizioni Zumpapa S.r.l.

L’Ep, attualmente acquistabile solo ai concerti ma ascoltabile su Rockit cliccando qui, contiene quattro brani. La tematica è sempre quella dell’amore, ma non necessariamente della coppia. È la ricerca di una complicità, che può essere anche quella con il proprio io, e la tristezza per una solitudine che nella ricerca dell’altro si espande in un più ampio senso di incomunicabilità delle emozioni con il mondo esterno.

Quando parte Anchor sembra di essere catapultati nel mondo onirico degli Sparklehorse, dove la dolcezza si fonde con una malinconia profonda ma non esente di luce. Le emozioni sgorgano come un bisogno urgente ma riservato, gentile e timido. La voce di Clod colpisce fin da subito, il timbro leggermente rauco ma estremamente delicato si fonde a perfezione con la musica e allo stesso tempo la caratterizza fortemente.

As Always, seconda traccia, conserva la delicatezza della prima, ma la tinge di sfumature multicolori: i suoni si fanno più tirati, trovano uno slancio a metà brano per poi dissolversi su una trama di chitarra acustica. Una cantilena giocosa introduce I Said You and I Grow Old, che alterna una certa allegria e freschezza fanciullesca ad attimi di sensibilità più fragile e inquieta. La voce gioca tra tonalità basse e falsetti, a cui si unisce, distante, il controcanto.

A chiudere è The Boat, amara e nervosa. La voce di Clod è tremante, ma non arrendevole, sostenuta anche dal controcanto, stavolta ben in primo piano. La sezione ritmica conduce il brano, che le tastiere segnano con una trama funerea e inquieta rafforzata dai rumori sintetici ed elettronici, che ne accrescono la tensione. 

Solo quattro brani, ma un ottimo esordio, che imprime lo stile ben preciso ma non ripetitivo. E non è che il primo passo di due ragazzi giovanissimi che hanno ancora tante possibilità di evolvere e sperimentare.

Clicca qui per vedere il videoclip di The Boat e qui per il live-set acoustic di Always.

 

Intervista a Clod, voce, chitarra e autore degli Iori’s Eyes


Ciao Clod, iniziamo con una curiosità: Ioris’ Eyes, da dove viene questo nome? Nella vostra pagina myspace c’è il disegno di una balena gialla, cosa rappresenta?

Iori è il personaggio di un manga giapponese. Il nome Iori’s Eyes fu proposto da Luca,il primo batterista che suonò con noi, dopo aver visto la foto di questo personaggio del quale risaltavano gli occhi in maniera particolare.  A noi questo nome piacque molto sin da subito e decidemmo di tenerlo.
La Balena gialla in verità è una valigia. Quando andammo a suonare a Manchester per l’In The City Festival,non avendo dei case per poter trasportare la nostra strumentazione più fragile (allora tastiere midi e schede audio) utilizzammo la “valigiona” gialla  di Sofia, che conteneva anche la miriade di vestiti di quest’ultima. Da qui il nome dell’Ep And Everything Fits In The Yellow Whale (“E tutto ci sta nella balena gialla”) ed il perché la balena sulla pagina myspace è gialla (balena disegnata per scherzo su un pacchetto regalo dalla nostra amica illustratrice Nura Tafeche). Non è il nostro simbolo ufficiale (non abbiamo simboli ufficiali per ora), è il simbolo di un periodo. L’esperienza a Manchester è stata molto importante, e quella valigia è il simbolo dell’esperienza on therRoad  vissuta in quei giorni.

Il vostro genere è ben lontano dalle radici italiane. Cosa vi ha portato a queste sonorità? Quali sono le vostre principali influenze?

Il nostro genere è lontano dalle radici italiane per il fatto che non ascoltiamo molta musica italiana. La nostra educazione musicale arriva tutta dall’estero. Non abbiamo neanche dei modelli ad essere sinceri, siamo stati sicuramente influenzati da qualcosa, ma ascoltando tantissima musica differente non sapremmo dirti bene da cosa.
Ascoltiamo tantissimo, e da quando eravamo piccolissimi, i Beatles, e la band che ci ha fatto venire voglia ad entrambi di prendere in mano gli strumenti, alla tenera età di 12 anni, sono i Nirvana.
Ma siamo anche fan sfegatati di Elvis Presley, The Smiths, Joy Division, Blonde Redhead, Bat For Lashes, Antony Hegarty, Beach House, The Knife (e annessa Fever Ray), Sigur Ròs, Feist…
Ascoltiamo anche un sacco artisti “datati” per modo di dire, come Neil Young, King Crimson, Johnny Cash, The Sparks,Television, Led Zeppelin…
Io personalmente sono fissato con le voci e i loro “colori”: Tom Waits, Antony, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Billie Holiday, Amy Winehouse, Leslie Feist e Bjork sono il massimo per me.
Ultimamente ascoltiamo molti progetti legati all’elettronica: Roisin Murphy,  The Knife, La Roux, Nathan Fake, Justice, Mstrkrft, The Bloody Beetroots e molti altri.
Insomma ci piace ascoltare tante cose diverse. Io sono anche molto “zarro” per certe cose: mi piacciono molto anche i Motorhead e i Pantera… sempre nel cuore!

Provate a dare un’immagine alla vostra musica. Come la dipingereste e come vorreste poterla dipingere?
Uhm, bella domanda… La nostra musica ha un colore credo: hai presente quei grigi colorati? Ecco qui che si fanno sentire 5 anni di liceo artistico! Sì, grigio chiaro con sfumature tendenti al lillà e all’azzurro.
in quanto a forme non saprei. Cambiano sempre.

 

Come descrivereste la vostra poetica?

La nostra poetica? Non saprei… la quotidianità unita spesso ad immagini oniriche fa spesso da padrona. L’idea che ho dell’amore mi spinge a scrivere… Dato che non ho ancora capito cos’è l’amore, spero che continuando a  scrivere tutto ciò che mi passa per la testa mi aiuti indirettamente a scoprire qual è il suo vero significato. Lo so, tutto ciò è molto “via col vento style”, ma sono un romanticone, che ci posso fare?! La scrittura è un mezzo catartico per me.


La vostra sfera ideale è il live o preferite lavorare in studio? Come percepite il vostro pubblico?

Ci piacciono entrambe le dimensioni. La situazione è questa: quando vai in giro a suonare live per tanto tempo hai voglia di chiuderti in studio e creare cose nuove, quando invece sei in studio non vedi l’ora di portare in giro con il live il nuovo materiale.
Per quanto riguarda il pubblico, ti dirò, reagisce molto bene. Arrivano addirittura a chiederci i bis, che per un gruppo quasi sconosciuto come noi non è niente male, non credi?


E quando siete in studio, come lo allestite, come lo utilizzate?

Lo studio per noi è un momento di totale relax e brain-storming. Difficilmente programmiamo tutto prima di entrare in studio. Lasciamo il più delle cose al caso, al divertimento di sperimentare sul momento: secondo noi è proprio così che si riescono a fare cose “nuove” e fresche, pensando alla musica come a un gioco senza regole. Tranne per quanto riguarda la scrittura vera e propria dei pezzi, meno regole si hanno e più ci si diverte.


Perché avete scelto di cantare in inglese? Avete in progetto di realizzare canzoni in italiano o lo escludete in assoluto?

Abbiamo scelto di scrivere in inglese perché, a nostro parere , è la lingua “musicale” per eccellenza. Con l’inglese puoi fare quello che vuoi: tagliare, invertire e chi più ne ha più ne metta.
Poi, come ti dicevo prima, il 90 % della musica che ascoltiamo è in lingua inglese (studio anche lingue in statale, sono proprio fissato con le lingue straniere) e quindi siamo stati influenzati parecchio sotto questo aspetto, a tal punto da non pensare ancora di scrivere in italiano. Non escludiamo la possibilità di scrivere qualcosa in italiano in futuro, ma ora per ora sentiamo che non è il momento.


Da giovane band, quali sono le difficoltà con cui vi siete scontrati e vi scontrate all’interno del sistema discografico?

Non ci siamo mai posti queste domande. Continuiamo a fare quello che vogliamo senza farci troppe domande sul mondo discografico, anche perché ancora non abbiamo le basi per poter parlare di ciò.

Produzione curata da Federico Dragogna dei Ministri, che state accompagnando anche in tour. Cosa ha portato questa collaborazione?

Federico ci ha “scoperti” al Milano Brucia, festival che da spazio a gruppi emergenti organizzato proprio dai Ministri al Circolo Magnolia. Vedendoci suonare dal vivo si  è incuriosito e ha subito deciso di  lavorare con noi. A lui dobbiamo molto, soprattutto l’educazione alla professionalità che questo mestiere richiede.
Senza di lui molto probabilmente saremmo ancora 2 “riot-pischelli!”
All’Ep Federico ha contribuito uniformando il nostro sound, facendoci rendere conto di cose che avevamo davanti, tra le mani, sin dall’inizio ma non riuscivamo a vedere… a mettere a fuoco il tutto.
È un ottimo produttore artistico, perché non impone le sue idee, ti aiuta soltanto ad aprire gli occhi e a focalizzare le proprie energie su cose alle quali prima, scioccamente, non davamo peso, vuoi per l’inesperienza…


State attraversando un momento in cui la promozione è un fattore determinante. A parte i live, come vi state facendo conoscere al grande pubblico?

Non nascondiamo che facciamo molto utilizzo dei Social Networks. Siamo su Myspace,Facebook e Twitter (non ci facciamo mancare niente!). Ormai la promozione la si fa tramite questo tipo di cose, e prima di tutto i live: i dischi non si vendono più, quindi se vuoi farti ascoltare devi entrare in quei canali ormai seguiti da tutti.
Non siamo ipocriti, Facebook sta facendo la strage, fa parte della nuova “pop culture”. Da una parte è triste come cosa, dall’altra ci si adegua ai tempi che corrono senza fare troppo gli snob, cosa che, anche volendo, non sappiamo fare.