Black Eyed Dog: ballate illuminate da una luna rosa

al punk delle band giovanili alle romantiche ballate al pianoforte e chitarra, dagli anni passati a viaggiare per il mondo a una vera casa, a Palermo, dove è in arrivo anche un figlio. Ce ne sono stati di cambiamenti nella vita di Black Eyed Dog (Fabio Parrinello all’anagrafe). Un processo naturale, lo definisce lui. “Nella musica, come nella vita, agisco di istinto. Ho fatto quel che mi sentivo, vissuto il momento. E in fondo, da quando suonavo il punk ad oggi, non è poi cambiato molto: la mia musica è sempre fatta di due accordi”.

Ha l’aspetto che gli permetterebbe di giocare facilmente all’artista maledetto, invece interloquisce come il ragazzo della porta accanto. Gentile, sorridente, sereno ma anche disilluso, quando si parla di musica: “Hanno scritto ottime recensioni sui miei lavori, ma gli album non si vendono, organizzare tour è un’impresa e la mia musica non è il genere che riempie i locali dove si riversano i ragazzi”.

 

 Il nome d’arte Black Eyed Dog proviene da una canzone di Nick Drake. Il titolo del suo album d’esordio, Love Is A Dog From Hell (2007), da una raccolta di poesie di Charles Bukowski. I riferimenti che vengono in mente, ascoltandolo cantare, sono anche Will Oldham e Mark Lanegan e, in generale, i grandi songwriters americani schivi e introversi. Il mondo di Black Eyed Dog è intriso di questi artisti e le esplicite citazioni (nel testo di Careless, da Love Is A Dog From Hell, si invoca anche una “Pink Moon”) evidenziano che lo stesso Fabio non lo nasconde né lo rinnega. Non è tuttavia questione di continuare sui solchi già segnati. È piuttosto una questione di luogo da cui far nascere la propria musica. È l’intimità della notte da raccontare, e il silenzio come elemento complice e non da combattere. Quel mondo poetico, abissale, malinconico, interiorizzato a tal punto che ogni suono che ne esce è lo sfogo di un’emozione autentica. E la sua voce, roca, calda e profonda, ne è una perfetta interprete.

 

Rhaianuledada (Songs To Sissy), il secondo album pubblicato il 22 gennaio 2009 da Ghost Records, segna una rinascita, anche musicale per Black Eyed Dog. Il tema resta quello dell’amore, nella sua energia più vitale. Vi è inoltre una maggiore varietà stilistica rispetto all’esordio. Le ballate confezionate, siano esse per pianoforte o chitarra acustica, sono arrangiate con cura e la presenza di un clarinetto o di un violino le rende ancor più complete. Soave bellezza, senza approdi scuri. Libera e sfacciata come in Drink Me, delicata e sofferta come una preghiera in Salinas, oppure graffiante come in Honeysuckle Gal. Un lavoro intenso, per la notte. Per quelle più buie e per quelle illuminate dalla luna rosa.

www.myspace.com/mybandsnameisblackeyeddog

 

 

Intervista a Black Eyed Dog a margine della sua esibizione a Roma, il 28 gennaio scorso, per la rassegna Sporco Impossibile

 

di Lucia Conti  

 

Tre mesi ad Olympia e quattro a Los Angeles. Quattro anni a Londra. Canzoni in lingua inglese. Uno stile vicino a quello dei grandi cantautori americani. Gli anni passati all’estero quanto hanno influito sulla tua musica?

Ho avuto la fortuna di poter viaggiare molto e sono state senza dubbio esperienze importanti per la mia formazione.Quella a Seattle, soprattutto. Era la fine degli anni ’90, io ero un adolescente e la scena musicale era ancora fervida. Il grunge e i gruppi Sub Pop, come i Green River, mi hanno trasmesso molte cose che ancora oggi fanno parte del mio modo di essere e di creare musica. Dai Nirvana, in particolare, ho imparato l’onestà e la semplicità. Ho imparato che un brano, per trasmettere un’emozione o un messaggio, non deve per forza di cose essere intriso di tecnicismi.
I miei riferimenti musicali sono chiari, ma io faccio le cose senza pensarci. Nella vita, come nella musica, sono istintivo. Credo nel momento. E nel momento in cui nasce una canzone, per me è già completa. Non sono uno di quelli che ci rimette troppo le mani. Non fa parte di me. Mi affido a quell’istante in cui il suono e le parole vengono fuori spontanee. La mia musica è minimale, ma non è una ricercatezza del minimalismo. Semplicemente conserva la forma di quando è nata.

 

Cosa è cambiato da Love Is A Dog From Hell a Rhaianuledada?

Entrambi sono incentrati sul tema dell’amore, ma Love Is A Dog From Hell…beh, il titolo stesso è molto significativo: “L’amore è un cane che viene dall’inferno”. È stato un album di sofferenza, mentre Rhaianuledada è la magia dell’innamoramento. Sissy è la mia compagna – Silvia – e Rhaianuledada è un termine che abbiamo coniato per dirci “Ti amo” in quelle situazioni in cui sei tra la gente e non puoi esprimerti liberamente. È una parola di complicità, che dici sapendo che l’altro capirà.

 

Non ti manca il suono più duro?

Ho urlato per tanto tempo e mi sono distrutto le orecchie con le distorsioni. Ora non ho più voglia di urlare. Amo ancora il punk e il rock più duro. Mi capita di suonarlo, a volte. Lo faccio con piacere, per divertimento, ma non lo sento più mio, in senso profondo.

Eppure, se ci pensi, sono rimasto quello che ero, anche musicalmente. Il punk è musica fatta con due accordi e ancora oggi la mia musica è fatta con due accordi.

 

C’è qualche sfizio che ti sei tolto con il nuovo album?

Forse quello del mandolino, che suono in Honeysuckle Gal. È la prima volta suono questo strumento e quella è ancora l’unica canzone che sappia suonare al mandolino! Lo aveva portato un mio amico, un giorno, e io lo tenevo in mano mentre salivo le scale. Ho iniziato a strimpellare. Honeysuckle Gal è esattamente il suono che venne fuori quel giorno, su quelle scale.

 

Stai lavorando a nuovi brani in questo momento?

Sì. Non so come verranno utilizzati, ma ci sono. Alcune canzoni sono anche in italiano. Ultimamente mi capita più di frequente. Non è nulla di preventivato, accade così. Come del resto per l’inglese. Non scrivo i testi pensando a che lingua usare, o traducendoli. Nascono già con la loro lingua. Mi piace vedere come sia naturale, in questo periodo, scrivere in italiano. Io amo la nostra lingua. Amo i grandi poeti e scrittori come Pavese, Campana o Gatto. Non mi sono mai rifiutato di usare l’italiano nella musica, semplicemente non avveniva naturalmente.

 

Ci sono ottime recensioni su di te. Se guardi al futuro, cosa immagini per la tua carriera?

Carriera? È un’illusione. Ho perso fiducia in questo. Prima era frustrante, ora lo vivo con razionalità. Vedi, per alcuni la musica è un bisogno e non sarà mai abbandonata per colpa di un sistema che non dà spazio e possibilità professionali. Ma certo, la situazione è difficile. È impossibile pensare di vivere di musica. I cd non si vendono più e ci sono difficoltà enormi a fare concerti o comunque a farli a buone condizioni. Inoltre, la mia musica è minimale. Non attira le folle, non riempie i locali. Non piace neanche ai musicisti, perché non ci sono tecnicismi.

Ricevo ottime recensioni e questo mi fa immenso piacere. Ricevo bellissime parole dalle persone che apprezzano la mia musica ed è meraviglioso. Ma occorre anche essere realisti. Per me è un bisogno fare musica, ma ho quasi 30 anni, sono quasi padre…e non saranno certo i guadagni con la musica a permettermi di crescere mio figlio. Illudersi sarebbe folle. Mi dispiace. Perché amo la musica, vorrei poter suonare dal vivo più spesso. Ma la realtà è questa.

Non smetterò mai di comporre, ma non credo che vivrò mai di musica. Ma se in futuro dovessi anche solo comporre ninna nanne per mio figlio, sarebbe comunque bellissimo.

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Commenti: 1
  • #1

    Michal (giovedì, 31 maggio 2012 21:53)

    Thanks for data