Iori’s Eyes: melodie pop/lo-fi intrise di fragilità eterea, innocente freschezza e oscurità onirica

Sono partiti dal punk e approdati a sonorità eteree e visionarie, che galleggiano su acque elettro-acustiche, si colorano delle giocose filastrocche dei bambini e poi sprofondano nell’oscurità onirica. Hanno aperto i concerti di band come i Blonde Redhead, i Local Natives e i Ministri, suonato a festival italiani e inglesi. Ora il giovanissimo duo milanese Iori’s Eyes debutta con un Ep, And Everything Fits In The Yellow Whale, che dà voce a emozioni delicate e fragili, ma senza perdere il gusto per la melodia e il pop.

 

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I mille volti di Nick Cave sul palco milanese del Dal Verme

“Informale, intimo e bizzarro”. L’aveva detto Nick Cave, che sarebbe andata così. Ma si è dimenticato di dire che sarebbe stato rock! Perché quello del 22 ottobre a Milano non è stato solo il reading di alcune pagine tratte dal suo secondo romanzo, La Morte di Bunny Munro. È stato un vero e proprio concerto, in cui il poeta maledetto australiano, accompagnato dai fedeli “semi cattivi” Warren Ellis (chitarra, flauto, violino e percussioni) e Martyn Casey (basso) ha interpretato con l’intensità e l’impeto che lo contraddistinguono ben 16 canzoni estratte dal suo vastissimo repertorio: dalla sudicia e apocalittica Tupelo (dall’album The Firstborn is Died, del 1985) alla preghiera di perdono Love Letter (da No More Shall We Part, del 2001). Ma neanche questo era abbastanza. Nick Cave ha aperto un vero e proprio dialogo con il pubblico, rispondendo alle loro domande con arguzia e ironia. Ha dato tutto, proprio tutto. Anche una bella mezz'ora di tempo passata ad autografare e salutare il ristretto numero di fan che erano riusciti ad accaparrarsi un biglietto per questa serata informale, intima e bizzarra. 


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Lou Reed (and the Velvet Underground)

Ha segnato la storia del rock. Ha raccontato il degrado delle città, dei suoi reietti e della sua viziosa borghesia. Ha tirato via il sipario che nascondeva il malessere dell’esistenza, mentre sull’altro lato della costa americana i giovani facevano surf o indossavano  collanine di fiori inneggiando alla “peace & love”, sorridendo e danzando. 

 

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Patti Smith, la poetessa maudit del rock

Cantante, poetessa, pittrice, umanista e attivista politica. Patti Smith irruppe nella scena rock newyorkese nella metà degli anni ’70 e divenne uno dei maggiori simboli di quel fervore che da New York gettò le basi per l’esplosione del punk. Con la sua voce rabbiosa, dolente e selvaggia, spezzò ogni canone femminile di grazia e bel canto, dimostrando che anche una donna poteva essere una rocker. Parlava indifferentemente al femminile e al maschile, mostrava spavaldamente la sua fisicità da maschiaccio, divenne l’icona di una nuova arte di comunicare per creare una coscienza collettiva. Ribelle, visionaria, trasandata eossuta. Con i capelli corvini, spettinati come una strega. Ma ammaliante e ambiziosa. Definiva “schifosa” la poesia contemporanea e si atteggiava come il profeta della nuova era che avrebbe risvegliato una generazione sopita. I suoi eroi e modelli erano i poeti maledetti - Arthur Rimabud anzitutto - ma anche dei più recenti comunicatori del rock e della beat generation: da Bob Dylan a Lou Reed, da Allen Ginsberg a William Burroughs.

 

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Syd Barrett, il diamante pazzo del rock psichedelico

Roger Keith Barrett, ovvero Syd. Fondatore, autore, voce e chitarra dei Pink Floyd dal 1965 al 1968. Il “Diamante pazzo”. Così lo definirono i compagni di band, dedicandogli Shine On You Crazy Diamond qualche anno dopo il suo addio alla scena musicale. Ma il suo nome riecheggerà in tante altre canzoni create dai Pink Floyd. Così come riempirà pagine e pagine di giornali. Perché nella sua breve carriera, Syd Barrett ha lasciato il segno. E non solo nei Pink Floyd. Al suo nome è legata la nascita e l’evoluzione del rock psichedelico, nella sua più ancestrale e geniale forma. Con una manciata di canzoni, Syd Barrett ha regalato un’eredità immensa: ballate fantasiose e visionarie, lunghe improvvisazioni e sperimentazioni strumentali, parole intrise di freschezza giovanile ma anche di fragilità. Per poi sparire in un impenetrabile silenzio. È morto nel 2006. Ma il suo rapporto con il mondo del rock l’aveva seppellito lui stesso oltre trent’anni prima.

 

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Il macabro mondo delle favole di Sparklehorse

Canzoni che sembrano uscite da qualche Paese fantastico e tenebroso, abitato da streghe e mostri, ma dove in qualche angolo nascosto vivono ancora principesse e fatine buone. È il mondo di Mark Linkous, in arte Sparklehorse. Dopo aver passato anni a fare lo spazzacamino e l’imbianchino, Linkous ha raccolto le sue idee e affiancato di volta in volta da altri musicisti, nella metà degli anni ’90, ha materializzato i suoi surreali sogni, che spesso finiscono per traslarsi in incubi. Un dolce malessere, dove non mancano sprazzi di luce vera.Le melodie suonano aggraziate, il country alternativo si fonde con il rock, ma c’è anche spazio l’elettronica e l’hard rock. La fantasia raccontata in musica, in una serie di album che sembrano quasi un libro illustrato. Quattro LP all’attivo, a cui hanno dato il loro contributo anche artisti di grande fama come Tom Waits, PJ Harvey e Nina Persson dei Cardigans. 

 

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Non avete un'etichetta? Fate da voi!

Come si diventa un musicista? Creando musica, ovviamente. Ma non basta. Occorre registrare gli album, mixarli, masterizzarli e poi confezionarli, distribuirli e venderli. Se la prima fase di questo processo è ormai alla portata di tutti, grazie alle tecnologie che permettono di registrare un album anche chiusi nella propria cameretta, la seconda fase sembra impossibile da realizzare senza un’etichetta disposta ad investire denaro per promuovere e distribuire l’artista. Eppure, un modo ci sarebbe… Quale? Cerchiamo di scoprirlo con Gianluca Bernardo ed Emanuele Martorelli, musicisti e rappresentanti del Fronte popolare per la musica libera (Fpml), un coordinamento di artisti con sede in Roma creato per proporre un’alternativa alle etichette e ai vincoli imposti dal copyright. Copyleft, cooperativismo, file sharing e distribuzione in circuiti alternativi. Queste le parole chiave del Fpml. 

 

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Surf-Music: siete certi di conoscerla?

La maggior parte delle persone la identifica con i Beach Boys. Altri la collegano a colonne sonore di film come Un Mercoledì da Leoni, Point Break o Pulp Fiction. Ma incontrando Lorenzo Valdambrini, fondatore di Surfer Joe Music, associazione che riunisce le band italiane di questo genere, scopriamo che l’essenza della surf music non è poi così nota e che gli equivoci, al contrario, sono numerosi. Scopriamo, ad esempio, che i Beach Boys non hanno mai veramente suonato surf music. Sembra strano, vero? “I Beach Boys fanno parte di una sorta di sottogenere. Sono stati la prima ‘boy band’ della storia ed il primo gruppo pop, ma la surf music non ha nulla a che fare con la voce. La surf music è strumentale e basta”. E allora facciamoci spiegare da Lorenzo cosa è la surf music in un articolo scritto di suo pugno. Nell’intervista, poi, gli chiediamo di raccontarci l’esperienza italiana di Surfer Joe. 

 

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Amor Four: le colpe dei padri ricadono sui figli...e sulla loro musica

Un tappeto sonoro delicato e suadente, che guarda al passato per fare i conti col presente. Con una generazione di trentenni nati dalle prime madri che presero la pillola per non averli e che dovettero andare a lavorare per mantenerli. Una generazione che maternità senza matrimonio e divorzi hanno reso spesso orfana dalla nascita, disillusa da decenni di promesse non mantenute, che di cambiamento e trasformazioni sembra non avere più voglia. E che imperterrita si specchia ripetutamente, dolcemente, sempre e solo in sé. La storia degli Amor Fou non è molto più semplice. Si sono fatti strada in un continuo gioco di rimandi fra diverse sensibilità iniziato all’incirca 4 anni fa, dall’incontro fra Alessandro Raina (aka Casador, ex voce dei Giardini di Mirò, che intervistiamo in questo articolo) e Leziero Rescigno (Soul Mio, La Crus). 

 

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